At 2,1-11
Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo.
Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.
Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel
rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotàmia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, Romani qui residenti, Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio».
Gv 20,19-23
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si
trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro:
«Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Omelia
Padre Federico Macchi, L.C.
Nella liturgia della vigilia di Pentecoste, quella che si fa al sabato sera, si legge il brano della
Torre di Babele, come controaltare di quello che avviene il giorno della Pentecoste. Laggiù le lingue
si erano divise, adesso, con la discesa dello Spirito Santo, uomini di ogni lingua tornano a
comprendersi. Pentecoste appare allora come l’esatto opposto di Babele e il loro confronto può
aiutarci a chiarire alcuni aspetti dell’azione dello Spirito Santo.
Vale la pena allora entrare un po’ più in questo parallelismo. A Babele l’uomo andava verso
oriente, si allontanava cioè dal Paradiso e della comunione con Dio (cf. Gen 11,1-9). Lo Spirito Santo ha il compito opposto, di condurci al Padre e alla comunione con Dio.
A Babele, allontanandosi da Dio, l’uomo si era ritrovato in una pianura, in un orizzonte
indefinito. Era perso, aveva smarrito i punti di orientamento, tutte le direzioni che si possono seguire sono indifferenti l’una rispetto all’altra. Se non è Dio che orienta, quale stella ci guida? Ognuno si sente libero di scegliere la sua. Lo Spirito Santo ha il compito di insegnarci ad amare, questo è l’orientamento che ci indica: l’amore di Dio e dei fratelli.
Quello che succede è che l’uomo non riesce a vivere senza un senso. Come dice il testo di
Babele, ha bisogno di darsi un nome. Senza il «nome» biblico, cioè un senso, l’uomo cade facilmente nell’apatia, o nell’indifferenza o nell’attivismo anestetizzante o nelle compensazioni che devono lenire la presenza di un vuoto. Nella Bibbia il nome indica l’aver una missione da compiere, l’aver appunto uno scopo, qualcosa per cui vale la pena lottare e che orienta le scelte ed azioni della propria vita. Lo Spirito Santo affida a ciascuno una missione, che non sarà mai centrata o diretta su noi stessi, ma sempre a qualcuno cui fare del bene, qualcuno da raggiungere col nostro amore.
La scienza si è confrontata da sempre con questa domanda profonda dell’uomo.
Sant’Agostino scriveva: “Il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te”. Blaise Pascal vedeva
nell’agitazione continua dell’uomo un tentativo di non confrontarsi con il proprio cuore. Viktor
Frankl, nei campi di concentramento nazisti, notando che coloro che avevano uno scopo, una famiglia amata da cui desideravano tornare, sopravvivevano con molta più facilità, concluse che l’uomo può sopportare quasi ogni sofferenza se ne comprende il significato. Mentre chi non aveva un senso per vivere veniva presto sopraffatto da un sistema disumano.
Gli uomini di Babele sperano così di poter collaborare gli uni con gli altri per raggiungere il
cielo. Possiamo leggerlo come un atto di superbia, di chi cerca di elevarsi da solo. Oppure come un
tentativo di salvarsi, come che il nome, ovvero lo scopo che si sono dati, sia quello di affidare alle
proprie mani, alla direzione che si sono scelti la propria salvezza. Lo Spirito Santo ci ricorda una
missione che non ci diamo da soli, ci viene da Dio. Spesso basta solo riscoprirla. Forse a partire da
quanto amore metto nella relazione col coniuge o col fratello o coi genitori.
L’esito degli uomini di Babele è nefasto. Le lingue si dividono. Il Signore non fa niente contro
di loro, lascia solo che giungano le conseguenze di una traiettoria che si sono scelti e che era
cominciata con quell’allontanamento da Dio. Gli uomini non riescono più a comprendersi tra loro.
Non significa che uno parli tedesco ed un altro cinese, significa piuttosto che avendo ognuno obiettivi distinti, che non sono Dio e il suo amore, non riescono a collaborare, non riescono a comprendersi.
Non diciamo forse anche noi: «con quello non si può parlare», non perché non parli la nostra stessa lingua, ma perché non si riesce a dialogare. Al punto che talvolta diciamo «inutile parlar con lui o lei, parliamo lingue diverse». Certo perché magari io parlo del bisogno di accudire i genitori anziani e mio fratello pensa solo alla carriera, ai soldi, alle vacanze. Tanto per fare un esempio. Quando l’orientamento della vita è così diverso, che fatica parlare. Lo Spirito Santo unifica, perché insegna a tutti un linguaggio, quello dell’amore.
Buona Pentecoste.
