Ger 20, 10-13
Sentivo la calunnia di molti:
«Terrore all’intorno!
Denunciatelo! Sì, lo denunceremo».
Tutti i miei amici aspettavano la mia caduta:
«Forse si lascerà trarre in inganno,
così noi prevarremo su di lui,
ci prenderemo la nostra vendetta».
Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso,
per questo i miei persecutori vacilleranno
e non potranno prevalere;
arrossiranno perché non avranno successo,
sarà una vergogna eterna e incancellabile.
Signore degli eserciti, che provi il giusto,
che vedi il cuore e la mente,
possa io vedere la tua vendetta su di loro,
poiché a te ho affidato la mia causa!
Cantate inni al Signore,
lodate il Signore,
perché ha liberato la vita del povero
dalle mani dei malfattori.
Mt 10,26-33
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di
segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce,
e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere
l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima
e il corpo.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a
terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati.
Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al
Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo
rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».
Omelia
Padre Federico Macchi, L.C.
La parola che ritorna più volte nel Vangelo di oggi è: «Non abbiate paura». Gesù la ripete tre
volte. Evidentemente perché conosce bene il cuore dell’uomo. Sa che la paura accompagna la nostra vita. Non è qualcosa che riguarda solo alcune persone particolarmente fragili. Riguarda tutti. Anche la prima lettura ci presenta un uomo che ha paura. Il profeta Geremia sente la calunnia
di molti. Persino i suoi amici aspettano la sua caduta. Non è difficile immaginare quello che prova.
Chi di noi non ha mai sperimentato almeno una volta la paura del giudizio degli altri? La paura di
essere escluso, criticato, frainteso?
Forse siamo abituati a pensare che il contrario della fede sia l’ateismo. Ma nella vita concreta
è vero più spesso che a opporsi alla fede è la paura. Molte persone non smettono di seguire il Signore perché hanno perso una discussione filosofica. Molte volte sappiamo benissimo quale sarebbe la cosa giusta da fare. Sanno qual è la verità e qual è il bene, ma sperimentano paura.
È facile rendersi conto come spesso la verità sia impopolare. Chi vive per essere approvato
dagli altri finisce per diventare un ipocrita. Si finisce per lasciare ciò che è vero per vivere secondo
ciò che gli altri si aspettano da noi. Erode uccide il Battista per non deludere i commensali. Sa che
Giovanni è un uomo giusto, ma ha più paura del giudizio degli uomini che della propria coscienza.
C’è un passaggio del Vangelo che mi colpisce molto: «Quello che io vi dico nelle tenebre voi
ditelo nella luce». Così è anche la vita cristiana. Parte da una parola che Dio semina nel cuore di una persona. Una convinzione, un’intuizione, qualcosa di bello che ci parla di Dio. Succede nel segreto. Succede nella preghiera. Succede in un momento in cui il cuore vede con chiarezza.
Ma tra il momento in cui quella parola entra nel cuore e il momento in cui diventa una scelta
concreta, diventa carne e si manifesta nella vita, c’è spesso un lungo cammino. E in mezzo a quel
cammino si presenta la paura. È il momento in cui non ci chiediamo più se una cosa sia vera o buona. Cominciamo piuttosto a chiederci che cosa ci costerà.
Una ragazza comprende che desidera vivere il fidanzamento nella castità. Nel suo cuore quella
scelta appare bella, sensata, perfino liberante. Poi però arrivano le amiche, i commenti, le prese in
giro. E nasce una domanda: «E se poi rimango sola? E se nessuno mi vuole?». Un giovane percepisce che il Signore lo chiama a prendere sul serio il matrimonio, a costruire qualcosa di stabile. Ma subito intorno a sé sente ripetere che legarsi per sempre è una follia, una perdita di libertà, una complicazione inutile. Oppure pensiamo a una donna che scopre una gravidanza inattesa, magari in una situazione difficile. Quante voci le arrivano addosso. Quanti consigli dettati dalla paura. In tutti questi casi il problema non è capire quale sia il bene. Molto spesso il bene è abbastanza chiaro. Il problema è che la paura ci fa guardare prima a quello che potremmo perdere che a quello che potremmo amare. Il problema è avere il coraggio di attraversare la paura.
Per questo Gesù va ancora più in profondità e dice una frase sorprendente: «Non abbiate paura
di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima».
Non aver salute può essere molto duro da vivere. Lo comprendiamo immediatamente.
Comprendiamo molto meno cosa significhi perdere l’anima. Quando invece il cuore si indurisce,
quando perdiamo la pace, quando ci abituiamo a vivere contro la nostra coscienza, possiamo andare avanti per anni senza quasi accorgercene. Eppure ci sono sofferenze dell’anima che fanno più male di quelle del corpo. La solitudine e il non sentirsi amati sono durissimi anche se siamo in buona salute. Il vivere senza uno scopo. Perdere l’anima significa perdere il proprio centro. Significa lasciare che sia la paura, invece dell’amore, a decidere la direzione della nostra vita.
Ci sono persone che dedicano moltissime energie alla salute, al lavoro, all’immagine, al
successo, ma se il cuore viene trascurato finiscono per dominarci invece di servirci.
Ed è qui che il Vangelo diventa estremamente attuale. Viviamo in un tempo che parla
continuamente di riconoscimento. Tutti desideriamo essere visti, approvati, confermati. I social
network hanno semplicemente reso più evidente e amplificato questa ansia che esiste da sempre nel cuore umano: il bisogno disperato di un “like”, di un consenso.
Ma per risolvere il problema Gesù capovolge la prospettiva. Noi siamo spesso preoccupati di
essere riconosciuti dagli altri. Gesù invece dice: «Chi riconoscerà me davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio». Come a dire: il problema decisivo non è se gli altri riconoscono te. La domanda è se tu riconosci Dio. Il Vangelo insegna che il problema del riconoscimento di noi stessi si risolve solo riconoscendo Dio come Padre.
Pensiamo a san Francesco d’Assisi. Si spogliò davanti a suo padre e alla città, rinunciando
all’approvazione pubblica, perché aveva riconosciuto di avere un altro Padre nei cieli. Se avesse
vissuto cercando il consenso degli altri, se fosse rimasto schiavo dell’opinione della sua cerchia
sociale, non avrebbe mai fatto ciò che ha fatto. Eppure, proprio perché ha smesso di vivere per
l’approvazione, è diventato un dono per tutta l’umanità.
Forse allora il Vangelo di oggi non ci chiede di diventare eroi senza paura. Anche Geremia
aveva paura. Anche i discepoli avevano paura. Anche noi continuiamo ad averne. La domanda è
un’altra: Quale paura sto ascoltando? Sto cercando di salvare la mia immagine, la mia sicurezza, il
consenso degli altri? Oppure sto cercando di salvare il mio cuore? Chi guiderà la mia vita da
domani: la paura o la fiducia? La paura, se ascolta schiavizza. L’amore se ascoltato responsabilizza. Ma alleggerisce il cuore e rende liberi. Perché alla fine è proprio in questa scelta che si gioca la vera libertà di un cristiano. «Nelle tribolazioni spesso si ritrova il senso di ciò che conta, nelle sofferenze si ha spesso la diffusa sensazione di diventare migliori. Sempre che la priorità sia quella
giusta: il cuore, l’anima» (don Fabio Rosini).
