Mt 18,15-20
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo;
se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una
o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non
ascolterà costoro, dillo alla comunità; se non ascolterà neanche la comunità, sia per te
come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto
quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere
qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre
riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».
Omelia
Padre Federico Macchi, L.C.
Oggi la Chiesa ci propone un brano dal capitolo 18 del Vangelo secondo Matteo. È chiamato
il “capitolo ecclesiale”, ovvero il discorso sulla vita della comunità. E ci presenta il tema del perdono: un tema difficile e duro per la maggior parte di noi.
Eppure, pensiamoci bene: potrebbe esistere una comunità senza perdono? Esiste forse una
relazione — di amicizia, tra genitori e figli, tra coniugi — che non abbia mai dovuto affrontare la
ferita e il perdono? Nella nostra debolezza e fallibilità, prima o poi tutti finiamo per ferirci.
Esisterebbe ancora una qualche forma di comunione se non avessimo imparato a esercitare il
perdono?
Il Vangelo di oggi ce lo mette davanti con forza. E di fronte all’offesa ricevuta — qui non si
parla di un piccolo malinteso, ma di una colpa grave — Gesù ci propone una gradualità: Prima va’ e ammoniscilo fra te e lui solo. Se non ascolta, prendi con te una o due persone. Se non ascolta neanche loro, dillo alla comunità.
Già questa è un’indicazione estremamente preziosa. Nelle nostre comunità, purtroppo, accade
regolarmente l’esatto contrario: prima lo si fa sapere a tutti attraverso il pettegolezzo; poi qualcuno finisce per riferirlo a una persona intima all’interessato; infine l’interessato viene a saperlo per interposta persona, quando ormai la ferita è diventata una piaga. Gesù ci insegna il percorso opposto: prima dillo direttamente a lui, nel segreto.
Ma c’è un passaggio che rischia di essere frainteso: «Se non ascolterà neanche la comunità,
sia per te come il pagano e il pubblicano». D’istinto potremmo interpretarlo come un permesso per
escludere quella persona dalla nostra vita, per cancellarla, come una sorta di scomunica affettiva.
Eppure, nel Vangelo secondo Matteo, chi sono il pagano e il pubblicano? Sono le persone da cercare, da evangelizzare, quelle che Gesù va a scovare fin dentro la loro casa. Matteo stesso era un
pubblicano! Dire “sia per te come un pagano” non significa sbarazzarsene, ma iniziare a trattarlo
esattamente come Gesù tratta i peccatori: non più con le parole o i rimproveri, ma offrendo la propria vita per la sua salvezza.
Non siamo però ancora arrivati al punto centrale di questi versetti, ovvero il fine e la modalità
con cui siamo invitati a fare tutto questo. Il Vangelo lo dice chiaramente: «avrai guadagnato il tuo
fratello». Lo scopo non è vedere finalmente ristabilita la mia giustizia personale. Non è dimostrare che lui aveva torto e io ragione. Lo scopo non è che finalmente “mi sfogo”. No, lo scopo è la salvezza del fratello, il quale facendo del male sta danneggiando prima di tutto se stesso e non si rende conto del proprio imbruttimento. Lo scopo è il recupero del fratello, non la mia soddisfazione personale.
Fratello, cioè recupero della relazione. E chi viene corretto percepisce subito da quale sentimento
muove chi gli parla: si nota se c’è un risentimento personale o se c’è un desiderio sincero di
recuperarlo. Una correzione che parte dall’orgoglio ferito o dal rancore non viene mai ascoltata;
quelle fatte senza risentimento, con il dolore e la pena nel cuore per il male che il fratello si sta
facendo, talvolta sì. Perciò è fondamentale chiedersi, prima di correggere qualcuno: Quale sentimento mi sta muovendo? Lo scopo non è avere ragione, ma ristabilire la relazione.
Facciamoci allora una domanda di fondo: C’è qualcuno di noi che può permettersi il lusso di
perdere un fratello? Di lasciarlo andare via? Crediamo davvero di poterci presentare alla porta del
Paradiso chiedendo di entrare dopo aver relegato qualcuno nel dimenticatoio? Il cristianesimo non lo ammette. Per questo Gesù propone una gradualità che arriva fino alla radicalità. Non possiamo
permetterci di perdere il fratello, perciò le proviamo tutte. E quando abbiamo esaurito tutti gli
argomenti che la parola e il dialogo potevano offrire, se l’altro ancora non si ravvede, siamo chiamati a non offrire più parole, ma la nostra stessa vita. Come ha fatto Gesù sulla croce per il pubblicano e per il pagano. Come ha fatto Gesù per Matteo. E come continua a fare, ogni giorno, con ciascuno di noi.
