Comunicazioni

  • 12a Domenica T. Ord. – Non abbiate paura – Anno A – Mt 10,26-33 – Rito Romano

    Ger 20, 10-13
    Sentivo la calunnia di molti:
    «Terrore all’intorno!
    Denunciatelo! Sì, lo denunceremo».
    Tutti i miei amici aspettavano la mia caduta:
    «Forse si lascerà trarre in inganno,
    così noi prevarremo su di lui,
    ci prenderemo la nostra vendetta».
    Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso,
    per questo i miei persecutori vacilleranno
    e non potranno prevalere;
    arrossiranno perché non avranno successo,
    sarà una vergogna eterna e incancellabile.
    Signore degli eserciti, che provi il giusto,
    che vedi il cuore e la mente,
    possa io vedere la tua vendetta su di loro,
    poiché a te ho affidato la mia causa!
    Cantate inni al Signore,
    lodate il Signore,
    perché ha liberato la vita del povero
    dalle mani dei malfattori.


    Mt 10,26-33
    In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
    «Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di
    segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce,
    e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
    E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere
    l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima
    e il corpo.
    Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a
    terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati.
    Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
    Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al
    Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo
    rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

    Omelia
    Padre Federico Macchi, L.C.


    La parola che ritorna più volte nel Vangelo di oggi è: «Non abbiate paura». Gesù la ripete tre
    volte. Evidentemente perché conosce bene il cuore dell’uomo. Sa che la paura accompagna la nostra vita. Non è qualcosa che riguarda solo alcune persone particolarmente fragili. Riguarda tutti. Anche la prima lettura ci presenta un uomo che ha paura. Il profeta Geremia sente la calunnia
    di molti. Persino i suoi amici aspettano la sua caduta. Non è difficile immaginare quello che prova.
    Chi di noi non ha mai sperimentato almeno una volta la paura del giudizio degli altri? La paura di
    essere escluso, criticato, frainteso?
    Forse siamo abituati a pensare che il contrario della fede sia l’ateismo. Ma nella vita concreta
    è vero più spesso che a opporsi alla fede è la paura. Molte persone non smettono di seguire il Signore perché hanno perso una discussione filosofica. Molte volte sappiamo benissimo quale sarebbe la cosa giusta da fare. Sanno qual è la verità e qual è il bene, ma sperimentano paura.
    È facile rendersi conto come spesso la verità sia impopolare. Chi vive per essere approvato
    dagli altri finisce per diventare un ipocrita. Si finisce per lasciare ciò che è vero per vivere secondo
    ciò che gli altri si aspettano da noi. Erode uccide il Battista per non deludere i commensali. Sa che
    Giovanni è un uomo giusto, ma ha più paura del giudizio degli uomini che della propria coscienza.
    C’è un passaggio del Vangelo che mi colpisce molto: «Quello che io vi dico nelle tenebre voi
    ditelo nella luce
    ». Così è anche la vita cristiana. Parte da una parola che Dio semina nel cuore di una persona. Una convinzione, un’intuizione, qualcosa di bello che ci parla di Dio. Succede nel segreto. Succede nella preghiera. Succede in un momento in cui il cuore vede con chiarezza.
    Ma tra il momento in cui quella parola entra nel cuore e il momento in cui diventa una scelta
    concreta, diventa carne e si manifesta nella vita, c’è spesso un lungo cammino. E in mezzo a quel
    cammino si presenta la paura. È il momento in cui non ci chiediamo più se una cosa sia vera o buona. Cominciamo piuttosto a chiederci che cosa ci costerà.
    Una ragazza comprende che desidera vivere il fidanzamento nella castità. Nel suo cuore quella
    scelta appare bella, sensata, perfino liberante. Poi però arrivano le amiche, i commenti, le prese in
    giro. E nasce una domanda: «E se poi rimango sola? E se nessuno mi vuole?». Un giovane percepisce che il Signore lo chiama a prendere sul serio il matrimonio, a costruire qualcosa di stabile. Ma subito intorno a sé sente ripetere che legarsi per sempre è una follia, una perdita di libertà, una complicazione inutile. Oppure pensiamo a una donna che scopre una gravidanza inattesa, magari in una situazione difficile. Quante voci le arrivano addosso. Quanti consigli dettati dalla paura. In tutti questi casi il problema non è capire quale sia il bene. Molto spesso il bene è abbastanza chiaro. Il problema è che la paura ci fa guardare prima a quello che potremmo perdere che a quello che potremmo amare. Il problema è avere il coraggio di attraversare la paura.
    Per questo Gesù va ancora più in profondità e dice una frase sorprendente: «Non abbiate paura
    di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima
    ».
    Non aver salute può essere molto duro da vivere. Lo comprendiamo immediatamente.
    Comprendiamo molto meno cosa significhi perdere l’anima. Quando invece il cuore si indurisce,
    quando perdiamo la pace, quando ci abituiamo a vivere contro la nostra coscienza, possiamo andare avanti per anni senza quasi accorgercene. Eppure ci sono sofferenze dell’anima che fanno più male di quelle del corpo. La solitudine e il non sentirsi amati sono durissimi anche se siamo in buona salute. Il vivere senza uno scopo. Perdere l’anima significa perdere il proprio centro. Significa lasciare che sia la paura, invece dell’amore, a decidere la direzione della nostra vita.
    Ci sono persone che dedicano moltissime energie alla salute, al lavoro, all’immagine, al
    successo, ma se il cuore viene trascurato finiscono per dominarci invece di servirci.
    Ed è qui che il Vangelo diventa estremamente attuale. Viviamo in un tempo che parla
    continuamente di riconoscimento. Tutti desideriamo essere visti, approvati, confermati. I social
    network hanno semplicemente reso più evidente e amplificato questa ansia che esiste da sempre nel cuore umano: il bisogno disperato di un “like”, di un consenso.
    Ma per risolvere il problema Gesù capovolge la prospettiva. Noi siamo spesso preoccupati di
    essere riconosciuti dagli altri. Gesù invece dice: «Chi riconoscerà me davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio». Come a dire: il problema decisivo non è se gli altri riconoscono te. La domanda è se tu riconosci Dio. Il Vangelo insegna che il problema del riconoscimento di noi stessi si risolve solo riconoscendo Dio come Padre.
    Pensiamo a san Francesco d’Assisi. Si spogliò davanti a suo padre e alla città, rinunciando
    all’approvazione pubblica, perché aveva riconosciuto di avere un altro Padre nei cieli. Se avesse
    vissuto cercando il consenso degli altri, se fosse rimasto schiavo dell’opinione della sua cerchia
    sociale, non avrebbe mai fatto ciò che ha fatto. Eppure, proprio perché ha smesso di vivere per
    l’approvazione, è diventato un dono per tutta l’umanità.
    Forse allora il Vangelo di oggi non ci chiede di diventare eroi senza paura. Anche Geremia
    aveva paura. Anche i discepoli avevano paura. Anche noi continuiamo ad averne. La domanda è
    un’altra: Quale paura sto ascoltando? Sto cercando di salvare la mia immagine, la mia sicurezza, il
    consenso degli altri? Oppure sto cercando di salvare il mio cuore? Chi guiderà la mia vita da
    domani: la paura o la fiducia? La paura, se ascolta schiavizza. L’amore se ascoltato responsabilizza. Ma alleggerisce il cuore e rende liberi. Perché alla fine è proprio in questa scelta che si gioca la vera libertà di un cristiano. «Nelle tribolazioni spesso si ritrova il senso di ciò che conta, nelle sofferenze si ha spesso la diffusa sensazione di diventare migliori. Sempre che la priorità sia quella
    giusta: il cuore, l’anima»
    (don Fabio Rosini).

  • 11a Domenica T. Ord. – Anno A – «Vedendo le folle ne sentì compassione» – Mt 9,36 – 10,8 – Rito Romano

    Mt 9,36-10,8
    In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come
    pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli:
    «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe
    perché mandi operai nella sua messe!».
    Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire
    ogni malattia e ogni infermità.
    I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo,
    figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano;
    Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì.
    Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».

    Omelia
    Padre Federico Macchi, L.C.

    Dopo varie feste riprendiamo il cammino ordinario, cammino che ci propone ogni giorno una
    piccola conversione. Accompagnati da Gesù, impariamo o forse torniamo ad imparare ancora una
    volta dal cuore di Gesù.
    La frase da cui potremmo partire è questa: «Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione,
    perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore». La prima lettura dell’Esodo terminava
    con questa frase di Dio: «Voi sarete per me un regno di sacerdoti». Noi battezzati siamo chiamati tutti a diventare sacerdoti per gli altri. Non nel senso che amministreremo tutti i sacramenti. Nel senso che ciascuno di noi è chiamato ad essere intercessore per gli altri. Qualcuno che prega per gli altri, che li aiuta ad entrare in contatto con Dio. È il nobile destino che Dio riserva a ciascuno dei suoi figli.
    Ma come sorge anche in me questo ministero? Occorre, come accennavo, imparare da Gesù.
    E il primo aspetto importante è il suo sguardo. È la sorgente della compassione di Cristo. È un tipo
    di sguardo, una forma di vedere le folle che ha intorno a sé. Gesù sente compassione perché,
    guardando le persone, vede la loro passione, la loro sofferenza, la loro fatica, il loro dolore. Le vede
    come un gregge di pecore che, senza pastore, è smarrito.
    E la compassione che prova è qualcosa di profondo, viscerale. Se mi si consente di tirare fuori
    un po’ di greco, l’emozione che prova Gesù è estremizzata. Il verbo che c’è dietro indica le viscere
    che si contorcono. Vedendo il profondo del cuore delle persone, è come se intercettasse il loro dolore, un dolore che non lo lascia indifferente; anzi, diventa il suo stesso dolore.
    Prima di chiederci che cosa possiamo fare per diventare intercessori per gli altri, domanda
    legittima alla quale ciascuno è bene che dia la propria risposta, il testo ci suggerisce che ce n’è almeno un’altra ancora più a monte: «Gli altri che cosa sono al mio sguardo?».
    Molto spesso noi diciamo, quando ci lamentiamo di qualcuno che non ci ha usato carità: «Ma
    tu non mi vedi proprio», cioè non hai gli occhi per vedere le mie esigenze. Certo, quello è proprio il
    punto. Che cosa guardiamo noi negli altri?
    Molto spesso il nostro sguardo si riduce a cercare negli altri solamente quello che ci serve,
    quello che ci può essere utile. Oppure vediamo negli altri un rivale, un concorrente latente. Oppure
    vediamo ciò che possiamo prendere dagli altri. Basta pensare a come sia tante volte lo sguardo di una società iper-sessualizzata: uno sguardo violento, espropriante e umiliante. Sarà forse un caso che sia così importante oggi il look?

    Avere occhi per vedere va chiesto, va allenato. E se mi chiedessi, dopo aver incontrato una
    persona: qual è la sua passione?
    Nell’Antico Testamento una delle frasi del profeta Isaia più riprese nel Nuovo Testamento è
    questa: «Hanno occhi e non vedono». Ecco, Cristo ha occhi e vede. E cosa vede? Come vede gli
    uomini? Non parte dalla lista dei loro peccati, ma da uno sguardo di misericordia. La sua risposta non è una condanna, ma un mettersi alla guida. Gli uomini sono guardati da Cristo e sono visti come pecore senza pastore.
    Imparare da Cristo a guardare come Lui sarà la spinta migliore per diventare a nostra volta
    intercessori. E confermo che chiedersi come io sia o possa essere intercessore continua ad essere una parte della dimensione cristiana che non posso veramente eludere. Come si diventa sacerdoti per gli altri? Non anzitutto facendo qualcosa, ma imparando a guardare come guarda Cristo. Nessuno prega davvero per un fratello se prima non si lascia toccare dalla sua situazione.
    C’è però un altro aspetto importante in questo testo che completa quanto stiamo dicendo.
    Perché se da un lato c’è Cristo, dal quale non finiremo mai di imparare, dall’altra ci sono gli apostoli.
    Vengono scelti e inviati, come noi siamo stati scelti nel Battesimo e perciò siamo inviati.
    Quel che mi consola qui è la povertà del materiale umano che Cristo sceglie. Sappiamo
    com’erano questi apostoli. Talvolta dubbiosi, come Tommaso. Irascibili o paurosi, come Pietro.
    Arrivisti, come Giacomo e Giovanni. Per non parlare poi di Giuda. Insomma, non proprio quella che
    si direbbe una squadra di campioni dell’apostolato. Noi vediamo che questi discepoli avranno tutti la conoscenza della propria povertà e della propria piccolezza. E tutti quanti dovranno essere pastori perché, in realtà, seguono il Pastore, perché si fidano dell’unico vero Pastore che è Cristo. Un altro atteggiamento del pastore che siamo chiamati ad essere è la consapevolezza della propria povertà. Il punto di partenza non è credersi forti o autosufficienti, ma sapere di avere continuamente bisogno del Pastore con la P maiuscola. I discepoli potranno guidare gli altri solo nella misura in cui continueranno a seguire Cristo. Forse oggi il Signore ci lascia due domande semplici. Come guardo le persone che incontro? E chi è davvero il pastore della mia vita?

  • SS.mo Corpo e Sangue di Cristo – Anno A – Chi mangia questo pane vivrà in eterno – Gv 6,51-58

    Gv 6,51-58
    In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
    Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
    Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la
    vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio
    sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e
    morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

    Omelia
    Padre Federico Macchi, L.C.

    In questi anni mi è capitato più volte di sentire dei giovani dire che non vedono più il senso
    della Messa. Non lo dicono necessariamente per ribellione. Molti di loro sono sinceri. Hanno ricevuto un’educazione cristiana, magari hanno frequentato il catechismo, ma a un certo punto si domandano perché dovrebbero continuare a venire. E, se siamo onesti, la domanda non riguarda soltanto i giovani. Anche molti adulti continuano a partecipare alla Messa senza essere sicuri di sapere davvero perché lo fanno.
    Pensando alla festa di oggi, forse una parte della difficoltà nasce dal fatto che viviamo in una
    cultura che valuta tutto in base all’utilità. Quando dobbiamo decidere se fare qualcosa, la prima
    domanda che ci viene spontanea è: a cosa serve? Se una cosa non produce un risultato immediato, se non aumenta il nostro benessere, se non ci rende più efficienti, rischia di apparire superflua.
    Guardata da questo punto di vista, qualcuno potrebbe dire: se devo dedicare un’ora della mia
    settimana a qualcosa, non ci sono attività più utili? Eppure tutti noi facciamo continuamente cose che non servono a niente, almeno secondo il criterio dell’utilità. Pensiamo a due amici che passano una serata insieme a parlare. Pensiamo a una famiglia riunita attorno a una tavola. Pensiamo a una persona che conserva lettere, fotografie, ricordi che non hanno alcun valore economico. Se guardiamo queste cose dall’esterno, sembrano inutili. Eppure sappiamo bene che proprio lì si gioca una parte importante della vita. Ci sono realtà che non esistono per produrre qualcosa, esistono perché esprimono una relazione.
    L’Eucaristia appartiene a questa categoria, è relazione tra noi e Dio. E ancor più, non è
    anzitutto qualcosa che facciamo per Dio, è piuttosto qualcosa che Dio fa per noi.
    Ed è qui che il Vangelo di oggi diventa sorprendente. Gesù non si limita a insegnare, dice
    qualcosa che scandalizza i suoi ascoltatori: «Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
    In altre parole, non offre semplicemente un messaggio. Offre se stesso.
    Se ci pensiamo bene, tutta la Bibbia conduce verso questo punto. Detto questo, sarebbe un
    errore pensare che l’Eucaristia non cambi nulla. Le relazioni più importanti della nostra vita sono
    proprio quelle che ci trasformano di più. Così è anche per l’Eucaristia. Nel deserto Dio aveva dato la
    manna per sostenere il suo popolo. Se la manna sosteneva la vita materiale, l’Eucarestia sostiene la vita spirituale. Con l’Agnello Pasquale era avvenuta la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto.
    L’Agnello andava mangiato, bisognava far comunione per vivere quella liberazione materiale.
    L’Eucarestia permette una liberazione spirituale, da altre schiavitù, da altre idolatrie.
    Potremmo continuare con gli esempi con cui Dio aveva anticipato questo dono. In tutti questi
    casi Dio dona qualcosa. Nell’Eucaristia, invece, Dio non dona più qualcosa: dona se stesso.
    Fra le tante prefigurazioni dell’Eucarestia mi piace sottolineare oggi un dettaglio che spesso
    passa inosservato. Gesù nasce a Betlemme, che significa «casa del pane». E appena nato sceglie di
    esser deposto in una mangiatoia. Una mangiatoia è il luogo dove viene messo il cibo per gli animali. È un’immagine suggestiva per il Figlio di Dio. Ciò che farà più avanti nella sua vita è già contenuto in quel gesto.
    I Padri della Chiesa vedevano in quella mangiatoia un’immagine del cuore dell’uomo. Un
    cuore che spesso si accontenta di poco. Un cuore fatto per cose grandi, ma che talvolta si nutre di ciò che non lo sazia davvero. Correndo dietro alle idolatrie diventiamo nemici gli uni degli altri, perdiamo la nostra bellezza, quasi come gli esseri privi di razionalità. Dio però non si ritrae. Entra proprio lì. Entra in quel cuore che tante volte si accontenta di poco, che si lascia ingannare da ciò che non può saziarlo. Entra per restituirgli la sua verità, la sua bellezza, la sua vocazione a diventare dimora di Dio.
    Potremmo fermarci a riflettere su questa immagine. Possiamo però anche rigirarla perché dice
    qualcosa anche di noi. Perché la domanda decisiva è: che cosa vede Dio nell’uomo per desiderare una comunione così profonda? Che cosa vede in noi per scegliere non soltanto di parlarci, non soltanto di aiutarci, ma addirittura di entrare nella nostra vita come nutrimento?
    Forse la risposta è che Dio vede una dignità che noi spesso dimentichiamo. Molte persone
    vivono come se valessero soltanto per quello che producono, per il successo che ottengono, per il
    giudizio degli altri. L’Eucaristia racconta una storia diversa. Racconta un Dio che considera ogni
    persona degna della sua presenza. Un Dio che non si accontenta di restare lontano. Un Dio che
    desidera condividere la nostra vita dall’interno.
    Per questo il Corpus Domini non è soltanto una festa sull’Eucaristia. È anche una festa
    sull’uomo. Se Dio arriva fino a questo punto, fino a farsi pane per noi, allora significa che ai suoi
    occhi la nostra vita possiede un valore immenso. Non siamo semplicemente creature tollerate, bensì figli invitati alla sua tavola. Ed è compito del Padre dare il pane ai figli.
    E forse, alla fine, la domanda non è più: perché andare a Messa? La domanda diventa un’altra:
    che cosa sta cercando di dirmi un Dio che desidera donarsi a me in questo modo?