Comunicazioni

  • 5a Domenica di Pasqua – Anno A – Io sono la Via, la Verità, la Vita – Gv 14,1-12 (Rito Romano)

    Gv 14,1-12

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando andrò e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se mi avete conosciuto, avete conosciuto anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».

    Omelia
    Padre Federico Macchi, L.C.

    Il tema del capitolo 14 di Giovanni è «non sia turbato il vostro cuore», ma non è mica facile. In un contesto in cui ascoltiamo continuamente di omicidi, guerre, preoccupazioni per il clima, … Gesù pronuncia queste parole ai discepoli smarriti per la sua imminente partenza, ma esse intercettano un timore che conosciamo bene. Ho imparato da un caro amico sacerdote che se in italiano la parola turbamento parla di qualcosa di interiore, nel Vangelo indica piuttosto la conseguenza di uno scossone. Essere turbati significa vivere lo sconvolgimento di un assetto che credevamo solido. Ma cosa provoca il turbamento? È la risposta di Gesù che ce lo chiarisce. Parlando della mèta cui siamo destinati, svela il nostro timore, quello della destinazione. Questa angoscia nasce da un timore antichissimo, un trauma che ci portiamo dietro dal momento del parto: la paura di non avere un posto. Fin da quando usciamo dal grembo materno, affrontiamo subito il tema della destinazione: «dove sto andando?», «chi si prenderà cura di me?». Cresciamo, cambiamo responsabilità, ma quell’inquietudine resta lì e ci accompagna tutta la vita: «che ne sarà di me?», «dove andrò a finire?». Gesù risponde a questo panico della mèta parlandoci della casa del Padre. Non può esserci altra risposta alla nostra inquietudine, come recita il salmo: «solo in Dio riposa l’anima mia». Dovremmo ricordarcelo tutte le volte che ci agitiamo cercando soluzioni. Tra gli elementi della soluzione, abbiamo messo Dio o no? Eppura, la risposta di Gesù rischia di sembrarci astratta: il Padre è lontano, invisibile. È qui che interviene il passaggio più importante: questa dimora non è solo una meta lontana, da raggiungere con le nostre sole forze, ma assicura: «Verrò di nuovo e vi prenderò con me». Così, non è un viaggio che dobbiamo compiere da soli, confidando sulle nostre povere risorse o sulla nostra intelligenza. È un’opera sua. Sarà Lui a tornare e a portarci. Tommaso, con la sua logica concreta, solleva l’obiezione di tutti noi: «Signore, non sappiamo dove vai, come possiamo conoscere la via?». Dovremmo ringraziare questo apostolo, il cui nome significa gemello, quasi a dirci che è gemello di tutti noi. Le sue domande, in fin dei conti, sono le nostre. E Gesù gli risponde in modo più spiazzante: «Io sono la via». Non ci dice un’indirizzo col quale magari impostare il navigatore e poi te la cavi da solo. No. Lui va a prepararci un posto e tornerà a prenderci e si pone davanti a noi come guida. Non ci dice se succede questo allora fai così, se succede quell’altro allora fai cosà. Gesù si pone come una buona guida alpina, che ci guida alla metà. Basta che metti i piedi dove li mette Lui, che metti le mani dove le mette Lui. Finché non perdi di vista la guida, sei già salvo, anche se non vedi ancora la vetta. La regola non è aver memorizzato tutti i bivi della vita, ma restare con Lui, sempre. Seguire i suoi passi ci tira fuori dalla confusione dei nostri tentativi maldestri. Infine Filippo chiede di vedere il Padre per essere finalmente appagato. Gesù gli ricorda che vederlo all’opera, sentire le sue parole, osservare il suo modo di amare, è già vedere il volto di Dio. Non c’è un Dio lontano o invisibile dietro Gesù; la verità non è un concetto da studiare, ma un uomo da frequentare. La strada che ci indica è la stessa che percorre Lui. In un certo senso non è neanche il Calvario o il Santo Sepolcro il luogo del passaggio ma sempre e comunque la relazione con il Padre, a prescindere dal territorio. Io conosco la via perché conosco il Padre, e tu conosci la via al Padre perché conosci me. Basta quello. Non è necessario aver memorizzato tutte le curve e i bivi. Quando conosco Cristo, quando ho memoria di Lui, allora so quando si gira, dove ci si ferma, come si cammina… la regola è: restare con Lui, costi quel che costi. Allora si arriva sempre. Eravamo partiti dall’inquietudine umana «dove sto andando?», «verso cosa?». La risposta di Gesù per affrontare quest’inquietudine non è dunque risolvere tutti i problemi del mondo, ma non perdere di vista Cristo. Rimanere con Lui, costi quel che costi, è l’unica regola che garantisce l’arrivo. Questa è la risposta profonda alla nostra confusione e ai nostri tentativi maldestri: smettere di cercare mappe e iniziare a seguire una presenza. Solo seguendo i suoi passi potremo finalmente uscire dal timore e ritrovare la pace di chi si sente già sulla strada di casa. Questo sguardo sulla guida alpina che ci porta a casa non riguarda solo il nostro cammino individuale, ma investe anche il nostro modo di essere Chiesa. La prima lettura ci mostra una delle prime grandi crisi della comunità cristiana: malumori, discriminazioni tra greci ed ebrei, tensioni interne. Spesso rischiamo di mitizzare la Chiesa delle origini come un modello ideale, ma questa è una mistificazione. Da sempre essa è umana e divina, e spesso deve gestire conflitti, proprio come le nostre comunità e le nostre famiglie. Il segreto degli apostoli per superare quel momento non è stato solo organizzativo, ma è stato il coraggio di tornare a ciò che è centrale. Così, quando riceviamo uno scossone, quando il turbamento scuote un assetto che credevamo solido, possiamo scegliere di tornare a guardare la Presenza di Cristo. Questo vale per una comunità ecclesiale, ma vale anche per due sposi: nei momenti di crisi, invece di restare incastrati in un faccia a faccia serrato a contarsi i difetti, si può scegliere di alzare lo sguardo insieme verso la Guida. Gesù ha detto di sé: «Io sono la Vita, la Verità, la Vita». Abbiamo il potere di riscoprire che ciò che tiene in piedi la casa non è la nostra perfezione, ma quel punto centrale che è Cristo. Se Lui è al centro, non saranno le divergenze a impedirci di percorrere la strada verso il Padre.

  • 4a Domenica di Pasqua – Anno A – Il Buon Pastore – Gv 10,1-10 (Rito Romano)

    Gv 10,1-10
    In quel tempo, Gesù disse:
    «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale
    da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle
    pecore.
    Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna
    per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina
    davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce.
    Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non
    conoscono la voce degli estranei».
    Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
    Allora Gesù disse loro di nuovo:
    «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti
    prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la
    porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.
    Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché
    abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».


    Omelia
    Padre Federico Macchi L.C.


    La quarta domenica di Pasqua ci sposta dal gusto puro della Risurrezione, che abbiamo
    contemplato nelle prime tre domeniche dopo Pasqua, al ritmo concreto della vita risorta. Oggi
    possiamo contemplare come Cristo ci guida: non è un generale che impartisce ordini da una scrivania o che comanda da lontano, ma un pastore che cammina nel fango insieme a noi, condividendo la nostra polvere e la nostra fatica. Tutto il Vangelo di oggi è un invito a scoprire che abbiamo il potere di scegliere la Vita, non perché qualcuno ci costringa, ma perché possiamo lasciarci attirare da qualcosa di più bello e di più vero.
    Gesù parla di una porta. Immaginate la scena: Cristo non usa mai il piede di porco della colpa,
    della minaccia o della paura per entrare nella nostra anima. Egli non forza mai la serratura della nostra libertà. Egli chiama, invita e conoscendolo un po’ direi anche che aspetta. Qui abbiamo il potere di smettere di spingere e di forzare le situazioni. La vita cristiana non funziona a spinta, non si basa sulla manipolazione, sulla forzatura, per creare dei bravi cristiani. Piuttosto, ci parla di una relazione tra pecora e pastore. Le relazione hanno la loro natura, crescono piano piano, come una pianta che ha bisogno del suo tempo. Pensate ad un’amicizia, ad un sano fidanzamento.
    C’è una finestra e c’è una porta. Ma che cos’è, nella realtà di ogni giorno, questa finestra? È
    la scorciatoia, la via storta, obliqua. È quando cerchiamo aiuto dall’oroscopo del mattino o
    dall’amuleto perché il futuro ci spaventa e vogliamo un’illusione di controllo. È quell’arzigogolo
    mentale, quella scusa che ci raccontiamo per giustificare un comportamento che sappiamo essere
    sbagliato, ma che ci fa comodo nell’immediato. È il voler seguire Cristo, ma anche un po’ la logica
    di questo mondo. Possiamo decidere di scendere da queste scuse e usare finalmente la porta: la via
    maestra, lineare e semplice, quella della verità. Abbiamo il potere di obbedire alla vita così com’è,
    accettando la realtà senza pretendere di piegarla continuamente ai nostri calcoli o ai nostri capricci. In questo istante io posso accorgermi che Dio non sta parlando a una massa anonima di
    persone, ma sta parlando a me personalmente, alle mie difficoltà quotidiane, alle mie ferite specifiche. Io ho il potere di riscoprire la gioia di non essere un numero di protocollo o un cliente da soddisfare.
    Sento quel momento in cui il cuore si lascia trafiggere e provo quella tristezza santa che non è
    l’angoscia che schiaccia, ma è quell’attimo di verità che mi fa dire: ecco dove mi sono perso, ho capito che me la stavo raccontando.
    Questo dolore mi riorienta verso Cristo e mi accorgo che Lui mi chiama per nome perché mi
    conosce nel profondo. Io posso finalmente abbandonare l’idea di una fede fatta di bacchettate da
    dietro. Cristo è il pastore che cammina davanti a me, apre la pista, affronta per primo le insidie. Io
    scelgo di seguirlo perché la sua voce mi rende felice, perché mi fido di Lui, non perché ho paura del
    bastone. La mia vita cristiana funziona così: come una relazione tra me e Cristo che cresce attraverso la frequentazione, fino a distinguere chiaramente l’invito di una Voce viva che mi ama.
    Gesù dice ancora: Io sono la porta. Lo ripete due volte. Immaginiamo le semplici porte per
    cui passiamo tutti i giorni, un passaggio che separa due ambienti. Cristo è un varco di luce che ci
    permette di uscire dalle zone d’ombra della nostra esistenza, da quelle abitudini che ci incupiscono. Anche davanti alla morte, possiamo cambiare sguardo. Come quel lavoratore in treno, con gli occhi lucidi per il padre morto di recente: senza Cristo la morte è un muro di cemento armato contro cui sbattiamo la testa senza speranza. Ma con Lui possiamo scegliere di vedere una porta aperta. Cristo ha trasformato la realtà più tragica da un fine corsa brutale a un incontro atteso. Possiamo imparare fin da ora a riconoscere quella Voce familiare, così che quando arriveremo al varco finale non avremo paura di un estraneo, ma correremo verso un amico.
    «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza}. Qui sta la nostra scelta più
    grande. Possiamo decidere di smettere di accontentarci di una vitarella da quattro soldi, fatta di piccoli compromessi e tristezze quotidiane che ci logorano l’anima. Il ladro — l’idolo, l’egoismo o le dipendenze — ha il solo scopo di rubarci la bellezza. Un idolo è per alcuni tutto ciò a cui diamo il
    potere di decidere se valiamo qualcosa: il successo, il giudizio degli altri, il bisogno di avere sempre ragione, il voler mostrare che non sbagliamo mai. Queste cose ci derubano della pace perché ci costringono a una recita continua. Come ogni peccato è un atto autodistruttivo perché ci toglie ossigeno. Possiamo scegliere di non distruggerci più. Non perché una norma ce lo proibisce, ma perché abbiamo il potere di volerci bene con lo stesso amore con cui Dio ci ama. Seguire il Buon
    Pastore non è un sacrificio che ci toglie la libertà, ma è poter finalmente uscire dagli inganni che ci
    svuotano per entrare in una vita autentica e abbondante. Che il Signore ci dia la grazia di sentire
    quanto è bello stare con Lui, senza forzature, nella libertà di chi sa di essere, finalmente, a casa.

  • 3a Domenica di Pasqua – Anno A – I discepoli di Émmaus – Lc24,13-35 (Rito Romano)

    Lc 24,13-35
    Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino
    per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.
    Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?».
    Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?».
    Domandò loro: «Che cosa?».
    Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato
    per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
    Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?».
    E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a
    lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto».
    Egli entrò per rimanere con loro.
    Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora
    si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro:
    «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via,
    quando ci spiegava le Scritture?».
    Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli
    altri che erano con loro, i quali dicevano:
    «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!».
    Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare
    il pane.


    Omelia
    Padre Federico Macchi L.C.


    Il Vangelo di oggi inizia con un movimento di fuga. I due di Emmaus non stanno facendo una
    passeggiata; se ne stanno andando da Gerusalemme. Si allontanano dal luogo del fallimento, dal luogo dove le loro aspettative sono state sepolte sotto una pietra tombale. Oggi il Vangelo parla a coloro che vogliono andarsene dalla Chiesa. Parla a coloro che hanno una lettura della loro storia “nera”, triste, di delusione.
    Sono in coppia, ma c’è un dettaglio che potrebbe sfuggirci. Quei due “discutevano”. La loro
    non era una conversazione pacata; era un alterco, un litigio. Quando siamo delusi, quando la vita non va come volevamo, diventiamo reattivi. Litighiamo con il coniuge, con la Chiesa, con il passato. Se non sei più orientato verso Dio, ogni compagno di viaggio diventa un avversario da convincere o un bersaglio per il tuo nervosismo. La loro tristezza è diventata un’arma.
    Gesù si avvicina come un forestiero, un pellegrino. Lo hanno davanti agli occhi, ma i loro
    occhi sono “impediti” dal riconoscerlo. Il testo ci dirà più avanti, che non è un problema di vista, è
    un problema di cuore, di interpretazione della propria storia. Ognuno di noi ha in mano una “linea
    nera” — un’interpretazione negativa della propria vita — con cui sottolinea i fatti: “Mio marito mi ha lasciato”, “Ho perso il lavoro”, “La Chiesa è piena di peccatori”.
    Quando abbiamo deciso che la nostra storia è un fallimento, chi può togliercelo dalla testa? Siamo così pieni delle nostre ragioni che non vedremmo Dio nemmeno se ci venisse a sbattere contro.
    Questo strano pellegrino chiede loro di cosa discutano. Lui conosce un’altra storia. Inizia, per
    iniziativa di Dio, un cambiamento sapiente. Interessante che Cleopa faccia l’elenco dei fatti: sono
    tutti corretti, ma non credono. La loro è la cronaca di un fatto brutto, sono tristi. Eppure i dati sono
    quelli. Il loro discorso è esattamente ciò che annuncia la Chiesa da duemila anni. Le informazioni
    sono tutte corrette, ma l’interpretazione no. Manca qualcosa, non hanno il Senso.
    Gesù non è un motivatore che ti dà una pacca sulla spalla dicendo che “andrà tutto bene”.
    Gesù usa parole dure: «Stolti! Lenti di cuore!». In ebraico «stolto» è un insulto pesante. È un
    intervento chirurgico. Perché Gesù li insulta? Perché il primo passo per uscire dalla tristezza è prima ammettere che la nostra interpretazione è sbagliata. Aprirsi al fatto che possa esserci un’altra interpretazione. Abbiamo tutti bisogno di sentirci dire da Dio «stolto».
    Siamo stolti quando pretendiamo un Dio “assicurazione sulla vita” che ci eviti il dolore. Siamo
    stolti quando usiamo gli scandali della Chiesa per giustificare la nostra pigrizia spirituale. Tutti noi
    abbiamo bisogno di sentirci dire «stolti» da Dio. È vero, chi rappresenta la Chiesa ha un tesoro in vasi che sono di creta, che sono sbeccati. Ma tu rinunceresti al Pane della Vita solo perché chi te lo porge è pieno di difetti? Se aspetti una Chiesa di angeli per credere, non incontrerai mai Cristo, perché Lui ha scelto di abitare proprio la nostra fragilità.
    E Dio non aveva promesso che tuo padre non sarebbe morto, lui ha promesso che veniva ad
    abitare la morte, che nemmeno in quel frangente saresti stato solo. L’ha trasformata. Non è più il
    luogo del nulla, ma dell’incontro con Lui. Non ha eliminato la Croce nemmeno dalla sua vita. Anzi è venuto a prendersela perché anche noi potessimo imparare a viverla.
    Gesù non aggiunge informazioni nuove; cambia l’interpretazione. Spiega loro che la Croce
    non era un errore di percorso, ma era necessaria. Spiegando loro le Scritture introduce una sapienza nuova. Per Dio quel buio che stai attraversando non è il punto d’arrivo, in cui termina tutto. Dio che crea dal nulla, non può trasformare questa tristezza in un punto di partenza?
    La fede non è l’assenza di problemi, è la presenza di un Significato dentro i problemi. Le
    Scritture ci servono a questo: a cambiare i parametri, servono a darci una vista nuova.
    Così quel pellegrino diventa prezioso. Non se ne vuole più fare a meno. Uno capisce che ha
    paura, che ha voglia di una protezione, una sicurezza in mezzo alla notte. Quando però arrivano a
    tavola, egli spezza il pane. In quel gesto — il gesto del dono totale — gli occhi si aprono e lo
    riconoscono. Adesso si rendono conto che colui che avevano avuto sempre con sé era Gesù. Però,
    proprio in quel momento, Lui sparisce. Perché sparisce? Perché ormai non c’è più bisogno di un Gesù “esterno” che ti cammini a fianco. Ora il Risorto è dentro di loro. In questo versetto Luca sottolinea il passaggio dalla presenza di Gesù in carne ed ossa a quella Sacramentale. Se ci pensiamo bene il brano di oggi è una Santa Messa. La prima parte è la spiegazione delle Scritture. La seconda è la Mensa del Signore.
    Senza di Lui ripensano a quell’incontro. Ripensano come poco a poco sia tornato un ardore,
    che avevano già sentito crescere nel petto lungo la via. Quel nuovo ardore diventa un dono da portare per il mondo. Questi due non hanno più bisogno di vedere il Risorto, perché i “risorti” sono diventati loro. Guardateli: è sera, è buio, la strada è pericolosa e sono stanchi. Ma invertono la rotta. Tornano a Gerusalemme, tornano in quella comunità che li aveva visti fuggire. Il mondo non è cambiato: i romani sono ancora lì, i sacerdoti sono ancora corrotti, il lutto brucia ancora. Ma loro sono diversi. Hanno una gioia che la realtà non può più sequestrare. La domanda per noi è: Qual è la sintesi che stai facendo della tua vita? È la sintesi della fuga, del “non ne vale la pena”, o stai permettendo a Cristo di darti dello “stolto” per accendere finalmente un fuoco nel tuo cuore?