19a Domenica T. Ord. – La traversata della Chiesa – Anno A – Mt 14,22-33 – Rito Romano

Mt 14,22-33

[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a
precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era
contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero:
«È un fantasma!» e gridarono dalla paura.
Ma subito Gesù parlò loro dicendo:
«Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose:
«Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque».
Ed egli disse: «Vieni!».
Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il
vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!».
E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui,
dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

Omelia
Padre Federico Macchi, L.C.

La scorsa settimana, nella moltiplicazione dei pani, c’è stato un momento in cui i discepoli si
sono rivolti a Gesù dicendogli «è necessario congedare la folla». La risposta di Gesù era stata che
«non era necessario». Questo filone di ciò che è necessario continua oggi, nel proseguimento di
quell’episodio.
Possiamo pensare a quanti impegni, progetti, azioni, occupazioni sono per noi necessarie, al
punto di non poterne fare a meno. Quante volte sperimentiamo un contrasto tra quel che vorremmo fare e quel che è necessario fare. Quante volte sentiamo di essere pressati da un’urgenza che magari passa davanti alle necessità di un nostro prossimo, che può essere il coniuge, un figlio, la madre anziana o un amico. Senza contare poi gli strumenti che sembrano necessari. Pensiamo alla difficoltà nel lasciare un po’ social o smartphone fuori dalle nostre vite. Quante cose sono necessarie… e in realtà non lo sono. È necessario Netflix? È necessario postare su Instagram? È necessario quello scatto nel lavoro che mi tiene impegnato in una gara coi miei colleghi? E così via, ognuno metta il suo.
La risposta di Gesù, domenica scorsa, era stata: «non è necessario». Non era necessario
congedare la folla, era necessario amare. Allora, invece di guardare alle nostre “necessità” o presunte tali con un senso di colpa, potremmo chiederci: quale occasione di amare sto mancando perché sto correndo dietro qualcosa che considero necessario? In quel mio approccio con la realtà si è insinuato il nemico, che deforma il mio cuore e la mia vista, facendomi apparire indispensabile qualcosa che non lo è. Ciò che è necessario davvero per Gesù è amare.
Ma non è la sola cosa. Oggi il Vangelo ce ne mostra un’altra ad essa strettamente collegata. È
necessario per la Chiesa attraversare il mare, passare all’altra riva. Si tratta di un indispensabile per essere discepoli di Gesù, di un sine qua non. Passare all’altra riva è una delle grandi immagini della fede biblica. È l’esperienza del Battesimo. È l’esperienza della Pasqua. È stata l’esperienza del popolo di Israele, che trova la sua origine e costituzione nel passaggio del Mar Rosso, passaggio dalla schiavitù alla libertà. Ebreo, significa proprio «colui che è passato all’altra riva». Non a caso Gesù dice che «costrinse» gli Apostoli.
Tra i molti aspetti presenti nel brano, questa barca “lanciata” da Gesù, nella notte, denota molti
degli atteggiamenti che rappresentano la vita ecclesiale. Ci sono l’obbedienza a Gesù. Non possiamo dimenticare la frase di Maria nel Vangelo secondo Giovanni: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela!» (Gv 2,5). E poi c’è la piccola comunità riunita in una barca. Ogni esperienza ecclesiale non condurrà mai all’individualismo, ma sempre alla comunità. E c’è questo esser lanciati nella notte, in un ambiente non certo favorevole. C’è oscurità, ci sono onde, segno delle difficoltà, tentazioni e debolezze personali e interne, cui si aggiungono minacce esterne. Forse è anche per questo che Gesù ha dovuto costringere gli Apostoli. Da esperti marinai, che ben conoscevano quel lago, avranno certamente previsto le difficoltà di quella traversata notturna. Allora quel «li costrinse» viene a dirci anche della necessità della presenza di queste prove. Ma ci parla anche della fiducia che possiamo avere nel Signore. Egli non espone i suoi figli alla prova se non perché da quella prova possa nascere un bene: farli maturare e renderli suoi collaboratori. D’altra parte anche se gli Apostoli si sentono soli, Gesù in realtà è sul monte a pregare. E prega anche per loro, per la loro traversata, perché non soccombano nella prova. Li tratta da adulti, ma non li lascia soli, anche se non lo vedono.
Possiamo terminare chiedendoci: «Cosa significa perciò “passare all’altra riva”»? Forse ciascuno di noi ha una riva sulla quale si sente al sicuro. Non è necessariamente un luogo cattivo. È semplicemente ciò che conosciamo. Sono le nostre abitudini, i nostri equilibri, le nostre sicurezze. È quella parte della vita in cui sappiamo orientarci e ci sentiamo padroni della situazione. Ma arriva un momento in cui il Signore dice anche a noi: «Passa all’altra riva». È la decisione di sposarsi e di smettere di tenere aperte tutte le possibilità. È accogliere un figlio quando umanamente sembrerebbe più prudente aspettare ancora. È trovare il coraggio di perdonare dopo anni di rancore. È cambiare un modo di vivere che non porta più frutto. È dedicare finalmente tempo a Dio, quando sembra che non ne rimanga mai. È continuare ad amare una persona malata o anziana quando tutto suggerirebbe di pensare un po’ di più a se stessi. Ogni volta c’è una piccola traversata. E ogni volta c’è un momento in cui il vento è contrario e ci domandiamo se non fosse meglio restare dov’eravamo.
Forse è proprio questo il momento in cui il Vangelo ci invita ad aprire gli occhi. I discepoli
pensano di essere soli. Vedono solo vento, onde e fatica, ma non vedono tutto. C’è una cosa che il
Vangelo racconta e che loro ignorano: Gesù è sul monte e prega. Anche noi, tante volte, vediamo
soltanto la fatica della traversata. Ci sembra che il Signore sia assente, o peggio ancora, come un
fantasma: una presenza vaga, incapace di incidere davvero sulla nostra vita. Invece il Vangelo ci dice che, proprio mentre la barca è nella tempesta, Gesù è davanti al Padre con i suoi discepoli nel cuore.
Forse la fede non consiste anzitutto nel non avere paura del vento. Consiste nel continuare la
traversata sapendo che, anche quando non lo vediamo, Cristo non ha smesso di accompagnarci. Solo dopo esserci fidati ci accorgiamo che l’altra riva esiste davvero. Scopriamo che ciò che sembrava una perdita era l’inizio di una vita nuova. Che dietro ciò a cui abbiamo dovuto rinunciare il Signore custodiva un dono più grande.
Una coppia che accoglie un figlio perde certamente qualcosa: tempo, libertà, tranquillità. Ma
scopre una gioia che prima non conosceva. Chi trova il coraggio di perdonare lascia morire il proprio orgoglio, ma spesso ritrova una pace che da anni aveva perduto. Chi decide finalmente di fidarsi del Signore ha l’impressione di perdere una sicurezza, ma scopre che la sua vita si allarga. È questa la Pasqua. Non l’assenza della croce, ma la scoperta che il Signore ci attende dall’altra parte. E che quella che ci sembrava una fine era, nelle sue mani, l’inizio di una vita nuova. Nelle nostre vite possiamo decidere di fidarci di Cristo quando ci dice: «Passa all’altra riva». Perché è lì che ci attende una vita nuova.