18a Domenica T. Ord. – La vera fame dell’uomo: dalle passionialla compassione – Anno A – Mt 14,13-21 – Rito Romano

Mt 14,13-21

In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si
ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città.
Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!».
Ed egli disse: «Portatemeli qui».
E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi
al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano
mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.


Omelia
Padre Federico Macchi L.C.


Matteo colloca il racconto della moltiplicazione dei pani tra due banchetti. Il primo è quello
di Erode, concluso con la morte di Giovanni Battista. Il secondo è quello che Gesù prepara nel deserto.
Entrambi nascono da una fame, ma la fame che li genera è completamente diversa. Queste due scene a confronto mostrano alcune caratteristiche del cuore del collaboratore di Gesù, che meritano la nostra attenzione e richiesta al Signore di conversione.
Innanzitutto si parte dalla morte di Giovanni Battista. Il Battista è stato decapitato al termine
di un tragico banchetto tenuto alla corte di Erode. Così da una parte abbiamo una società che segue le passioni, le voglie di una ragazzina, di un re, potente e timoroso, lussurioso e omicida. Dall’altra abbiamo la compassione di Gesù, che da luogo ad un altro banchetto. La compassione è il sentire
dentro di sé il sentimento dell’altro. Per la precisione il verbo usato da Matteo è molto forte. Dice che Gesù fu mosso nelle viscere. È una parola che la Bibbia usa per parlare della misericordia di Dio.
Prima ancora che fare qualcosa, Gesù lascia entrare dentro di sé il dolore di quella folla.
La collaborazione degli uomini con Dio nasce quando cessa di ascoltare la passione che cerca
di saziare se stessa e inizia la compassione che si lascia toccare dal bisogno dell’altro. Nel banchetto di Erode sono le passioni a muovere gli uomini. Nel banchetto di Gesù è la compassione a muovere il Figlio di Dio. Non fa così forse un padre che torna stanco da una giornata di lavoro? Può sentire il proprio bisogno di rilassarsi. Oppure può sentire i bisogni della moglie o dei figli e occuparsi di questi bisogni. Proprio ieri parlavo con un padre di famiglia. Mi raccontava che quando rientra a casa dopo il lavoro sente tutta la stanchezza della giornata. Eppure, prima di aprire la porta, fa una breve preghiera allo Spirito Santo. Perché sa che entrando in casa troverà anche la stanchezza della moglie, i bisogni dei figli, qualcosa che interromperà il suo desiderio di riposare. Mi ha colpito molto. Forse è una piccola immagine di quello che vive Gesù in questo Vangelo.
Andando appena più avanti vediamo che Gesù, che ha appena saputo della morte di Giovanni
Battista, vorrebbe ritirarsi in disparte. Ha bisogno di silenzio, forse di elaborare un lutto. Invece
davanti gli si para il bisogno degli altri. La missione nasce sempre così, con un invito inopportuno, di qualcosa che interrompe non il banchetto di Erode, ma un bisogno legittimo. Si tratta del modo divino di invitarci a collaborare con Lui. Lo fa in ogni chiamata. Rivolge sempre un invito a interrompere i nostri progetti. È forse vero che soddisfare le nostre legittime esigenze rende sazi?
Di fronte all’enorme necessità altrui che si para dinanzi i discepoli ragionano con grande buon
senso. L’imperativo rivolto a Gesù: «Congeda la folla» è perfettamente ragionevole. È tardi ed il
luogo è deserto. È il momento in cui ognuno pensi a se stesso. Gesù risponde con una frase
sorprendente: «Non occorre che vadano.» Mi colpisce questa risposta. I discepoli vedono un’urgenza evidente. Gesù dice: ‘Non occorre’. È come se il Signore smontasse quella logica per cui tutto sembra indispensabile. Quante cose, nella nostra giornata, sembrano assolutamente necessarie. Eppure, quando arriva una persona, quando arriva una sofferenza, quando arriva una richiesta di amore, improvvisamente scopriamo che tante urgenze erano meno urgenti di quanto pensassimo.
Poi Gesù aggiunge: «Voi stessi date loro da mangiare.» Qui il Signore non sta semplicemente
chiedendo di distribuire del pane. Sta consegnando ai discepoli la sua stessa missione. Come il Padre si prende cura degli uomini, così ora gli uomini possono diventare strumenti della cura di Dio. Nel modo in cui è scritta contiene una felice ambiguità. L’espressione potrebbe essere letta anche spiritualmente: «date voi stessi da mangiare, le vostre stesse persone come cibo per loro. Fate della vostra vita un nutrimento», come Gesù farà di sé un nutrimento per noi.
E’ da sottolineare: il nostro poco che diventa molto nelle mani di Dio. Gesù non discute
se quei cinque pani siano poco o tanto. Dice soltanto: «Portatemeli qui.» Questa è la logica del
Vangelo. Non dice «adesso facciamo dei pezzettini molto piccoli». Il problema è se ciò che noi siamo, vogliamo metterlo nelle mani del Signore.
Tornando a quanto detto all’inizio del racconto c’è una fame che vuole possedere. Alla fine
c’è una fame saziata dal dono. Noi pensiamo spesso che la felicità consista nel riuscire finalmente a occuparci di noi stessi, a difendere i nostri spazi, a far quadrare i nostri programmi. Ma è davvero
così? L’esperienza dice spesso il contrario. Una vita tutta concentrata su se stessa finisce per lasciare un senso di vuoto. Gesù mostra una strada diversa. All’inizio del racconto Gesù cercava un luogo dove stare solo. Alla fine del racconto non è più solo. È in mezzo a una folla saziata. Ha perso il suo programma, ma non ha perso sé stesso. Anzi. È diventato ancora più pienamente ciò che è: il Figlio che vive della compassione del Padre. Forse è questo il miracolo più grande del racconto. Il pane si moltiplica perché, prima ancora, un cuore non si è chiuso. E così gli apostoli sperimentano che non è l’uomo che trattiene la propria vita a essere saziato, ma l’uomo che la dona.