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SS. Trinità – Anno A – Gesù rivela il volto del Padre – Gv 3,16-18 (Rito Romano)
Gv 3,16-18
In quel tempo, disse Gesù a Nicodemo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non
ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».Omelia
Padre Federico Macchi, L.C.Quando arriva la festa della Santissima Trinità, molti cristiani hanno l’impressione di trovarsi
davanti a qualcosa di molto complicato. Pensano che sia la festa della teologia, delle formule difficili. Eppure il Vangelo di oggi non ci porta dentro un’aula di teologia. Ci porta dentro una storia
d’amore: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito». Forse dovremmo fermarci qui.
Perché Gesù non comincia spiegandoci come è fatto Dio. Comincia raccontandoci come ama.
Noi conosciamo veramente una persona non quando siamo capaci di descriverla, ma quando
abbiamo capito come ci ama. Pensiamo a un bambino. Un bambino piccolo non saprebbe spiegare
chi è suo padre. Non conosce la sua professione, non conosce la sua storia, non saprebbe fare un
ritratto psicologico. Eppure sa benissimo chi è suo padre. Lo sa perché ha sperimentato le sue braccia, la sua presenza, la sua protezione. Lo conosce attraverso l’amore.
Forse il problema della fede oggi è proprio questo. Molte persone pensano di aver lasciato
Dio perché non riescono più a credere a certe idee. In realtà, molto spesso, hanno lasciato
un’immagine sbagliata di Dio.
La prima lettura e il Vangelo ci invitano a tornare a una domanda fondamentale: chi è
veramente Dio?
È interessante che il primo peccato della Bibbia non cominci con un gesto, ma con un sospetto.
Il serpente non dice subito a Eva di mangiare il frutto. Prima insinua un dubbio. Le fa pensare che
Dio non sia così buono come sembra. Le suggerisce che Dio stia trattenendo qualcosa per sé, che non voglia davvero la felicità dell’uomo. Eppure, Dio le aveva detto sì di non mangiare dell’albero, ma non per dargli una limitazione castrante, ma perché nella sua bontà, dopo avergli dato tutto ciò che era buono e bello e utile, le aveva anche indicato cosa evitare per non morire. Come fa un buon padre. Quando un padre dice al bambino non mettere le dita nella presa della corrente, non lo sta limitando arbitrariamente, vuol preservare la sua salute e la sua vita. Quel che fa il serpente, in fondo, è rovinare il volto di Dio nel cuore di Eva. Da quel momento Dio non appare più come un Padre, ma come un rivale.
Forse questa pagina della Genesi racconta anche qualcosa della nostra storia. Quanti uomini
e donne si sono allontanati dalla fede perché hanno incontrato l’immagine di un Dio che controlla,
che giudica, che si scandalizza continuamente, che pretende soltanto obbedienza. Non gli avevamo presentato il Dio che ama i suoi figli come un Padre, ma il Dio frutto delle nostre ansie, del nostro desiderio di controllo.
Se il problema nasce quando il cuore dell’uomo smette di fidarsi di Dio, allora si capisce
perché Gesù viene nel mondo. Non viene anzitutto a insegnarci delle cose nuove. Viene a fare una
cosa molto più semplice e molto più difficile: restituirci il volto del Padre.
Pensiamo a quante volte nella nostra vita interpretiamo male le intenzioni di qualcuno.
Succede nelle famiglie. Un padre sa che deve dire molti no ad un figlio piccolo, ma quel figlio piccolo spesso dirà al padre «non mi vuoi bene».Un figlio adolescente può arrivare a convincersi che il padre non lo capisca, che lo limiti, che gli impedisca di essere felice. Eppure quel padre, magari goffamente, sta cercando proprio il bene di quel figlio. Forse qualcosa di simile accade anche nel nostro rapporto con Dio. A volte leggiamo certi avvenimenti, certi limiti, certe prove, come se fossero la dimostrazione che Dio si è dimenticato di noi. E invece Gesù viene a dirci: “No. Tu hai frainteso il cuore del Padre. Lascia che te lo mostri di nuovo”.
E l’amore del Padre è quello che è capace di sacrificare il suo unigenito per la salvezza dei
suoi figli. Esiste tra noi un padre che arriverebbe a tanto? A sacrificare il suo unico figlio per il bene
di qualcuno che forse nemmeno se lo merita, che forse resterà indifferente? Ebbene, questo è il Padre che abbiamo e questa è la missione di Gesù. Non un censore che viene per castigare, ma un figlio che viene a rivelare il cuore del Padre, come Giovanni aveva già detto all’inizio del suo Vangelo, affinché credendo in lui siamo salvati. Chi crede infatti, cambia il modo in cui conosce Dio e scopre che la volontà costante e unica di Dio è che i suoi figli, che siamo noi, si salvino. Anche il più farabutto.
Anche per lui, fino all’ultimo momento, Dio non ha altro desiderio.
E poi Gesù aggiunge ancora qualcosa di sorprendente: «Chi crede in lui non è condannato».
Questa frase può sorprenderci perché noi siamo abituati a pensare alla condanna come a qualcosa che riguarda il futuro. Invece Gesù ne parla come di una realtà che già presente nella vita di una persona. Ci sono persone che vivono portandosi addosso un peso enorme. Persone che non riescono mai a essere in pace con sé stesse. Proviamo a fare degli esempi. Ci sono quelli che qualunque cosa facciano, hanno sempre l’impressione di dover fare di più. Qualunque risultato raggiungano, sembra non bastare mai. Ci sono quelli che passano tutta la vita cercando di ottenere l’approvazione di un padre che non arriva mai. Prendono un bel voto, ma poteva essere migliore. Fanno una cosa buona, ma non è abbastanza. Crescono portandosi dentro l’idea che l’amore bisogna meritarselo. E potremmo continuare. E qualche volta quella domanda entra perfino nel rapporto con Dio. Si prega e ci si impegna. Si cerca di fare il bene, ma in fondo si continua a vivere come se qualcuno dovesse ancora essere convinto ad amarci.
Ma se mi sento un figlio amato vivo diversamente. Non perché sia migliore degli altri, ma
perché sa che c’è qualcuno al quale non deve dimostrare di meritare l’amore. So che, anche quando
cado, non perdo per questo la mia dignità di figlio. Questa è il volto del Padre che Gesù è venuto a
mostrarci: non anzitutto toglierci dai problemi, ma liberarci dalla paura di non essere amati. È lo
Spirito Santo che, poco alla volta, instilla nel nostro cuore di questa verità. La festa della Santissima Trinità non è la festa di una teoria su Dio, è la festa di una famiglia nella quale siamo stati invitati ad entrare. Quale volto di Dio porto con me? -
Pentecoste – Anno A – At 2,1-11; Gv 20,19-23 (Rito Romano)
At 2,1-11
Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo.
Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.
Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel
rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotàmia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, Romani qui residenti, Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio».
Gv 20,19-23
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si
trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro:
«Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Omelia
Padre Federico Macchi, L.C.
Nella liturgia della vigilia di Pentecoste, quella che si fa al sabato sera, si legge il brano della
Torre di Babele, come controaltare di quello che avviene il giorno della Pentecoste. Laggiù le lingue
si erano divise, adesso, con la discesa dello Spirito Santo, uomini di ogni lingua tornano a
comprendersi. Pentecoste appare allora come l’esatto opposto di Babele e il loro confronto può
aiutarci a chiarire alcuni aspetti dell’azione dello Spirito Santo.
Vale la pena allora entrare un po’ più in questo parallelismo. A Babele l’uomo andava verso
oriente, si allontanava cioè dal Paradiso e della comunione con Dio (cf. Gen 11,1-9). Lo Spirito Santo ha il compito opposto, di condurci al Padre e alla comunione con Dio.
A Babele, allontanandosi da Dio, l’uomo si era ritrovato in una pianura, in un orizzonte
indefinito. Era perso, aveva smarrito i punti di orientamento, tutte le direzioni che si possono seguire sono indifferenti l’una rispetto all’altra. Se non è Dio che orienta, quale stella ci guida? Ognuno si sente libero di scegliere la sua. Lo Spirito Santo ha il compito di insegnarci ad amare, questo è l’orientamento che ci indica: l’amore di Dio e dei fratelli.
Quello che succede è che l’uomo non riesce a vivere senza un senso. Come dice il testo di
Babele, ha bisogno di darsi un nome. Senza il «nome» biblico, cioè un senso, l’uomo cade facilmente nell’apatia, o nell’indifferenza o nell’attivismo anestetizzante o nelle compensazioni che devono lenire la presenza di un vuoto. Nella Bibbia il nome indica l’aver una missione da compiere, l’aver appunto uno scopo, qualcosa per cui vale la pena lottare e che orienta le scelte ed azioni della propria vita. Lo Spirito Santo affida a ciascuno una missione, che non sarà mai centrata o diretta su noi stessi, ma sempre a qualcuno cui fare del bene, qualcuno da raggiungere col nostro amore.La scienza si è confrontata da sempre con questa domanda profonda dell’uomo.
Sant’Agostino scriveva: “Il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te”. Blaise Pascal vedeva
nell’agitazione continua dell’uomo un tentativo di non confrontarsi con il proprio cuore. Viktor
Frankl, nei campi di concentramento nazisti, notando che coloro che avevano uno scopo, una famiglia amata da cui desideravano tornare, sopravvivevano con molta più facilità, concluse che l’uomo può sopportare quasi ogni sofferenza se ne comprende il significato. Mentre chi non aveva un senso per vivere veniva presto sopraffatto da un sistema disumano.
Gli uomini di Babele sperano così di poter collaborare gli uni con gli altri per raggiungere il
cielo. Possiamo leggerlo come un atto di superbia, di chi cerca di elevarsi da solo. Oppure come un
tentativo di salvarsi, come che il nome, ovvero lo scopo che si sono dati, sia quello di affidare alle
proprie mani, alla direzione che si sono scelti la propria salvezza. Lo Spirito Santo ci ricorda una
missione che non ci diamo da soli, ci viene da Dio. Spesso basta solo riscoprirla. Forse a partire da
quanto amore metto nella relazione col coniuge o col fratello o coi genitori.
L’esito degli uomini di Babele è nefasto. Le lingue si dividono. Il Signore non fa niente contro
di loro, lascia solo che giungano le conseguenze di una traiettoria che si sono scelti e che era
cominciata con quell’allontanamento da Dio. Gli uomini non riescono più a comprendersi tra loro.
Non significa che uno parli tedesco ed un altro cinese, significa piuttosto che avendo ognuno obiettivi distinti, che non sono Dio e il suo amore, non riescono a collaborare, non riescono a comprendersi.
Non diciamo forse anche noi: «con quello non si può parlare», non perché non parli la nostra stessa lingua, ma perché non si riesce a dialogare. Al punto che talvolta diciamo «inutile parlar con lui o lei, parliamo lingue diverse». Certo perché magari io parlo del bisogno di accudire i genitori anziani e mio fratello pensa solo alla carriera, ai soldi, alle vacanze. Tanto per fare un esempio. Quando l’orientamento della vita è così diverso, che fatica parlare. Lo Spirito Santo unifica, perché insegna a tutti un linguaggio, quello dell’amore.
Buona Pentecoste. -
Confraternite, Storia e curiosità
Come abbiamo avuto modo di presentare in altre occasioni, le Confraternite sono associazioni con una storia molto ricca, con radici che affondano molto in profondità nella Storia: le prime tracce della loro esistenza risalgono addirittura all’anno 600 d.C. (senza mille!).
I fedeli del tempo, reduci dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.), si trovarono spaesati e senza una società forte che riuscisse a dare identità a tutti quei popoli.
Fu la Chiesa a colmare il vuoto, connettendo il tessuto sociale grazie alla Fede e all’idea di comunità cristiana; fu così che i fedeli si associarono per creare le prime Confraternite, sulla spinta del desiderio di una Fede e di un senso di comunità vissuta concretamente.Nel corso dei secoli si ebbero molte espressioni di queste associazioni: potevano essere Confraternite con scopo religioso, che si dedicavano alla preghiera e al culto pubblico; oppure anche Confraternite di mestiere (le cosiddette “corporazioni” medioevali), radunando insieme gli artigiani che avevano lo stesso mestiere, i quali offrivano il proprio lavoro per costruire oggetti sacri, o proprio le chiese; oppure ancora associazioni con scopo caritativo: si dedicavano alla cura dei malati, oppure alla sepoltura dei morti, per compiere quelle Opere di Misericordia Corporale che la Chiesa ha sempre indicato come via di Salvezza della propria anima.
Molte Confraternite, tra cui anche quella del Santissimo Sacramento, accompagnavano i condannati a morte al patibolo, garantendo loro il necessario supporto spirituale sia grazie alla presenza del Sacerdote, sia grazie alla vicinanza dei Confratelli.Diverse espressioni, dunque, ma tutte aventi come perno centrale il desiderio di concretizzare la Fede. Per mille anni le Confraternite hanno costituito la base della società europea, fornendo servizi fondamentali (ospedali, scuole, sepolture, …) in nome della Carità Cristiana. Circa fino al 1800 le Confraternite hanno potuto prosperare; dal XIX secolo in poi è cominciato il loro lento declino, per colpa della mentalità rivoluzionaria giacobina, accelerato grandemente dalla Grande Guerra e dalla Seconda Guerra Mondiale, eventi che hanno modificato completamente la società del XX secolo.
Le Confraternite oggi
Oggi il contesto storico è totalmente differente, non è più possibile alcun paragone con i tempi andati. Tuttavia, la Chiesa riconosce la grande importanza delle Confraternite e ancora oggi ci sono ambiti dove queste associazioni sono chiamate ad operare.
Le norme ecclesiastiche che regolano le Confraternite si trovano nel Codice di Diritto Canonico, nel Titolo V, intitolato Le Associazioni dei fedeli (CIC 298-329)1, regole valide per tutte le Associazioni Cattoliche. In sequenza, si vedono poi applicati gli Statuti delle varie Diocesi, seguendo la normativa locale.
Tuttavia, rimane chiara la missione che oggi queste Associazioni hanno: aumentare il culto pubblico, grazie alla volontà dei propri Confratelli e Consorelle, celebrando in particolare la Liturgia delle Ore; tradurre in pratica la Fede, grazie alle Opere di Misericordia; supportare l’apprendimento della Dottrina Cattolica, tramite catechesi, corsi di formazione.Il Priore dirige l’Associazione, ne è Legale Rappresentante sia secondo il Diritto Canonico, sia secondo il Diritto Civile. Insieme ai vari Consiglieri, nel numero stabilito dal Regolamento, formano il Consiglio Direttivo, organo che guida la vita confraternale.
L’Assistente Ecclesiastico provvede alle Celebrazioni, alle Messe, alle Confessioni, alla Direzione Spirituale della Confraternita; per motivi storici il ruolo viene assegnato per primo al Parroco.Le Confraternite possono essere ancora oggi una grande risorsa per la vita della Chiesa: per più di millequattrocento anni hanno accompagnato la vita di tutti i fedeli cattolici attraverso infinite peripezie della Storia; hanno ancora le potenzialità per farlo, sebbene oggi sia molto difficile.
Indichiamo alcuni testi di riferimento, onde poter trovare informazioni sia riguardo alla ricca storia delle Confraternite, sia riguardo alla loro gestione contemporanea, secondo quanto espresso in questo articolo:
- Confraternite più antiche: storia e curiosità – Holyblog
- Antonio Interguglielmi, Amministrazione e gestione delle Confraternite (Venezia: Marcianum Press, 2021)
- Danilo Zardin, Confraternite. Fede e opere in Lombardia da Medioevo al Settecento (Scalpendi, 2011)
- Lorenzo Cantoni, Alessandro Tosi, Habitus Fidei (Silvana Editoriale, 2025).
Habitus Fidei – Habitus Fidei
Preghiamo il Signore perché possa rivitalizzare la Fede attraverso questo strumento, antico, ma che fu fondamentale per molti.
- Facciamo notare che il CIC del 1917, oggi non più in vigore, lasciava uno spazio dedicato per le Confraternite. Lo intendiamo come un richiamo all’importanza di queste associazioni.
