Comunicazioni

  • SS.mo Corpo e Sangue di Cristo – Anno A – Chi mangia questo pane vivrà in eterno – Gv 6,51-58

    Gv 6,51-58
    In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
    Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
    Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la
    vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio
    sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e
    morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

    Omelia
    Padre Federico Macchi, L.C.

    In questi anni mi è capitato più volte di sentire dei giovani dire che non vedono più il senso
    della Messa. Non lo dicono necessariamente per ribellione. Molti di loro sono sinceri. Hanno ricevuto un’educazione cristiana, magari hanno frequentato il catechismo, ma a un certo punto si domandano perché dovrebbero continuare a venire. E, se siamo onesti, la domanda non riguarda soltanto i giovani. Anche molti adulti continuano a partecipare alla Messa senza essere sicuri di sapere davvero perché lo fanno.
    Pensando alla festa di oggi, forse una parte della difficoltà nasce dal fatto che viviamo in una
    cultura che valuta tutto in base all’utilità. Quando dobbiamo decidere se fare qualcosa, la prima
    domanda che ci viene spontanea è: a cosa serve? Se una cosa non produce un risultato immediato, se non aumenta il nostro benessere, se non ci rende più efficienti, rischia di apparire superflua.
    Guardata da questo punto di vista, qualcuno potrebbe dire: se devo dedicare un’ora della mia
    settimana a qualcosa, non ci sono attività più utili? Eppure tutti noi facciamo continuamente cose che non servono a niente, almeno secondo il criterio dell’utilità. Pensiamo a due amici che passano una serata insieme a parlare. Pensiamo a una famiglia riunita attorno a una tavola. Pensiamo a una persona che conserva lettere, fotografie, ricordi che non hanno alcun valore economico. Se guardiamo queste cose dall’esterno, sembrano inutili. Eppure sappiamo bene che proprio lì si gioca una parte importante della vita. Ci sono realtà che non esistono per produrre qualcosa, esistono perché esprimono una relazione.
    L’Eucaristia appartiene a questa categoria, è relazione tra noi e Dio. E ancor più, non è
    anzitutto qualcosa che facciamo per Dio, è piuttosto qualcosa che Dio fa per noi.
    Ed è qui che il Vangelo di oggi diventa sorprendente. Gesù non si limita a insegnare, dice
    qualcosa che scandalizza i suoi ascoltatori: «Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
    In altre parole, non offre semplicemente un messaggio. Offre se stesso.
    Se ci pensiamo bene, tutta la Bibbia conduce verso questo punto. Detto questo, sarebbe un
    errore pensare che l’Eucaristia non cambi nulla. Le relazioni più importanti della nostra vita sono
    proprio quelle che ci trasformano di più. Così è anche per l’Eucaristia. Nel deserto Dio aveva dato la
    manna per sostenere il suo popolo. Se la manna sosteneva la vita materiale, l’Eucarestia sostiene la vita spirituale. Con l’Agnello Pasquale era avvenuta la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto.
    L’Agnello andava mangiato, bisognava far comunione per vivere quella liberazione materiale.
    L’Eucarestia permette una liberazione spirituale, da altre schiavitù, da altre idolatrie.
    Potremmo continuare con gli esempi con cui Dio aveva anticipato questo dono. In tutti questi
    casi Dio dona qualcosa. Nell’Eucaristia, invece, Dio non dona più qualcosa: dona se stesso.
    Fra le tante prefigurazioni dell’Eucarestia mi piace sottolineare oggi un dettaglio che spesso
    passa inosservato. Gesù nasce a Betlemme, che significa «casa del pane». E appena nato sceglie di
    esser deposto in una mangiatoia. Una mangiatoia è il luogo dove viene messo il cibo per gli animali. È un’immagine suggestiva per il Figlio di Dio. Ciò che farà più avanti nella sua vita è già contenuto in quel gesto.
    I Padri della Chiesa vedevano in quella mangiatoia un’immagine del cuore dell’uomo. Un
    cuore che spesso si accontenta di poco. Un cuore fatto per cose grandi, ma che talvolta si nutre di ciò che non lo sazia davvero. Correndo dietro alle idolatrie diventiamo nemici gli uni degli altri, perdiamo la nostra bellezza, quasi come gli esseri privi di razionalità. Dio però non si ritrae. Entra proprio lì. Entra in quel cuore che tante volte si accontenta di poco, che si lascia ingannare da ciò che non può saziarlo. Entra per restituirgli la sua verità, la sua bellezza, la sua vocazione a diventare dimora di Dio.
    Potremmo fermarci a riflettere su questa immagine. Possiamo però anche rigirarla perché dice
    qualcosa anche di noi. Perché la domanda decisiva è: che cosa vede Dio nell’uomo per desiderare una comunione così profonda? Che cosa vede in noi per scegliere non soltanto di parlarci, non soltanto di aiutarci, ma addirittura di entrare nella nostra vita come nutrimento?
    Forse la risposta è che Dio vede una dignità che noi spesso dimentichiamo. Molte persone
    vivono come se valessero soltanto per quello che producono, per il successo che ottengono, per il
    giudizio degli altri. L’Eucaristia racconta una storia diversa. Racconta un Dio che considera ogni
    persona degna della sua presenza. Un Dio che non si accontenta di restare lontano. Un Dio che
    desidera condividere la nostra vita dall’interno.
    Per questo il Corpus Domini non è soltanto una festa sull’Eucaristia. È anche una festa
    sull’uomo. Se Dio arriva fino a questo punto, fino a farsi pane per noi, allora significa che ai suoi
    occhi la nostra vita possiede un valore immenso. Non siamo semplicemente creature tollerate, bensì figli invitati alla sua tavola. Ed è compito del Padre dare il pane ai figli.
    E forse, alla fine, la domanda non è più: perché andare a Messa? La domanda diventa un’altra:
    che cosa sta cercando di dirmi un Dio che desidera donarsi a me in questo modo?

  • SS. Trinità – Anno A – Gesù rivela il volto del Padre – Gv 3,16-18 (Rito Romano)

    Gv 3,16-18
    In quel tempo, disse Gesù a Nicodemo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non
    ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

    Omelia
    Padre Federico Macchi, L.C.

    Quando arriva la festa della Santissima Trinità, molti cristiani hanno l’impressione di trovarsi
    davanti a qualcosa di molto complicato. Pensano che sia la festa della teologia, delle formule difficili. Eppure il Vangelo di oggi non ci porta dentro un’aula di teologia. Ci porta dentro una storia
    d’amore: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito». Forse dovremmo fermarci qui.
    Perché Gesù non comincia spiegandoci come è fatto Dio. Comincia raccontandoci come ama.
    Noi conosciamo veramente una persona non quando siamo capaci di descriverla, ma quando
    abbiamo capito come ci ama. Pensiamo a un bambino. Un bambino piccolo non saprebbe spiegare
    chi è suo padre. Non conosce la sua professione, non conosce la sua storia, non saprebbe fare un
    ritratto psicologico. Eppure sa benissimo chi è suo padre. Lo sa perché ha sperimentato le sue braccia, la sua presenza, la sua protezione. Lo conosce attraverso l’amore.
    Forse il problema della fede oggi è proprio questo. Molte persone pensano di aver lasciato
    Dio perché non riescono più a credere a certe idee. In realtà, molto spesso, hanno lasciato
    un’immagine sbagliata di Dio.
    La prima lettura e il Vangelo ci invitano a tornare a una domanda fondamentale: chi è
    veramente Dio?
    È interessante che il primo peccato della Bibbia non cominci con un gesto, ma con un sospetto.
    Il serpente non dice subito a Eva di mangiare il frutto. Prima insinua un dubbio. Le fa pensare che
    Dio non sia così buono come sembra. Le suggerisce che Dio stia trattenendo qualcosa per sé, che non voglia davvero la felicità dell’uomo. Eppure, Dio le aveva detto sì di non mangiare dell’albero, ma non per dargli una limitazione castrante, ma perché nella sua bontà, dopo avergli dato tutto ciò che era buono e bello e utile, le aveva anche indicato cosa evitare per non morire. Come fa un buon padre. Quando un padre dice al bambino non mettere le dita nella presa della corrente, non lo sta limitando arbitrariamente, vuol preservare la sua salute e la sua vita. Quel che fa il serpente, in fondo, è rovinare il volto di Dio nel cuore di Eva. Da quel momento Dio non appare più come un Padre, ma come un rivale.
    Forse questa pagina della Genesi racconta anche qualcosa della nostra storia. Quanti uomini
    e donne si sono allontanati dalla fede perché hanno incontrato l’immagine di un Dio che controlla,
    che giudica, che si scandalizza continuamente, che pretende soltanto obbedienza. Non gli avevamo presentato il Dio che ama i suoi figli come un Padre, ma il Dio frutto delle nostre ansie, del nostro desiderio di controllo.
    Se il problema nasce quando il cuore dell’uomo smette di fidarsi di Dio, allora si capisce
    perché Gesù viene nel mondo. Non viene anzitutto a insegnarci delle cose nuove. Viene a fare una
    cosa molto più semplice e molto più difficile: restituirci il volto del Padre.
    Pensiamo a quante volte nella nostra vita interpretiamo male le intenzioni di qualcuno.
    Succede nelle famiglie. Un padre sa che deve dire molti no ad un figlio piccolo, ma quel figlio piccolo spesso dirà al padre «non mi vuoi bene».

    Un figlio adolescente può arrivare a convincersi che il padre non lo capisca, che lo limiti, che gli impedisca di essere felice. Eppure quel padre, magari goffamente, sta cercando proprio il bene di quel figlio. Forse qualcosa di simile accade anche nel nostro rapporto con Dio. A volte leggiamo certi avvenimenti, certi limiti, certe prove, come se fossero la dimostrazione che Dio si è dimenticato di noi. E invece Gesù viene a dirci: “No. Tu hai frainteso il cuore del Padre. Lascia che te lo mostri di nuovo”.
    E l’amore del Padre è quello che è capace di sacrificare il suo unigenito per la salvezza dei
    suoi figli. Esiste tra noi un padre che arriverebbe a tanto? A sacrificare il suo unico figlio per il bene
    di qualcuno che forse nemmeno se lo merita, che forse resterà indifferente? Ebbene, questo è il Padre che abbiamo e questa è la missione di Gesù. Non un censore che viene per castigare, ma un figlio che viene a rivelare il cuore del Padre, come Giovanni aveva già detto all’inizio del suo Vangelo, affinché credendo in lui siamo salvati. Chi crede infatti, cambia il modo in cui conosce Dio e scopre che la volontà costante e unica di Dio è che i suoi figli, che siamo noi, si salvino. Anche il più farabutto.
    Anche per lui, fino all’ultimo momento, Dio non ha altro desiderio.
    E poi Gesù aggiunge ancora qualcosa di sorprendente: «Chi crede in lui non è condannato».
    Questa frase può sorprenderci perché noi siamo abituati a pensare alla condanna come a qualcosa che riguarda il futuro. Invece Gesù ne parla come di una realtà che già presente nella vita di una persona. Ci sono persone che vivono portandosi addosso un peso enorme. Persone che non riescono mai a essere in pace con sé stesse. Proviamo a fare degli esempi. Ci sono quelli che qualunque cosa facciano, hanno sempre l’impressione di dover fare di più. Qualunque risultato raggiungano, sembra non bastare mai. Ci sono quelli che passano tutta la vita cercando di ottenere l’approvazione di un padre che non arriva mai. Prendono un bel voto, ma poteva essere migliore. Fanno una cosa buona, ma non è abbastanza. Crescono portandosi dentro l’idea che l’amore bisogna meritarselo. E potremmo continuare. E qualche volta quella domanda entra perfino nel rapporto con Dio. Si prega e ci si impegna. Si cerca di fare il bene, ma in fondo si continua a vivere come se qualcuno dovesse ancora essere convinto ad amarci.
    Ma se mi sento un figlio amato vivo diversamente. Non perché sia migliore degli altri, ma
    perché sa che c’è qualcuno al quale non deve dimostrare di meritare l’amore. So che, anche quando
    cado, non perdo per questo la mia dignità di figlio. Questa è il volto del Padre che Gesù è venuto a
    mostrarci: non anzitutto toglierci dai problemi, ma liberarci dalla paura di non essere amati. È lo
    Spirito Santo che, poco alla volta, instilla nel nostro cuore di questa verità. La festa della Santissima Trinità non è la festa di una teoria su Dio, è la festa di una famiglia nella quale siamo stati invitati ad entrare. Quale volto di Dio porto con me?

  • Pentecoste – Anno A – At 2,1-11; Gv 20,19-23 (Rito Romano)

    At 2,1-11
    Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo.
    Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.
    Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel
    rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotàmia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, Romani qui residenti, Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio».


    Gv 20,19-23
    La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si
    trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro:
    «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».


    Omelia
    Padre Federico Macchi, L.C.


    Nella liturgia della vigilia di Pentecoste, quella che si fa al sabato sera, si legge il brano della
    Torre di Babele, come controaltare di quello che avviene il giorno della Pentecoste. Laggiù le lingue
    si erano divise, adesso, con la discesa dello Spirito Santo, uomini di ogni lingua tornano a
    comprendersi. Pentecoste appare allora come l’esatto opposto di Babele e il loro confronto può
    aiutarci a chiarire alcuni aspetti dell’azione dello Spirito Santo.
    Vale la pena allora entrare un po’ più in questo parallelismo. A Babele l’uomo andava verso
    oriente, si allontanava cioè dal Paradiso e della comunione con Dio (cf. Gen 11,1-9). Lo Spirito Santo ha il compito opposto, di condurci al Padre e alla comunione con Dio.
    A Babele, allontanandosi da Dio, l’uomo si era ritrovato in una pianura, in un orizzonte
    indefinito. Era perso, aveva smarrito i punti di orientamento, tutte le direzioni che si possono seguire sono indifferenti l’una rispetto all’altra. Se non è Dio che orienta, quale stella ci guida? Ognuno si sente libero di scegliere la sua. Lo Spirito Santo ha il compito di insegnarci ad amare, questo è l’orientamento che ci indica: l’amore di Dio e dei fratelli.
    Quello che succede è che l’uomo non riesce a vivere senza un senso. Come dice il testo di
    Babele, ha bisogno di darsi un nome. Senza il «nome» biblico, cioè un senso, l’uomo cade facilmente nell’apatia, o nell’indifferenza o nell’attivismo anestetizzante o nelle compensazioni che devono lenire la presenza di un vuoto. Nella Bibbia il nome indica l’aver una missione da compiere, l’aver appunto uno scopo, qualcosa per cui vale la pena lottare e che orienta le scelte ed azioni della propria vita. Lo Spirito Santo affida a ciascuno una missione, che non sarà mai centrata o diretta su noi stessi, ma sempre a qualcuno cui fare del bene, qualcuno da raggiungere col nostro amore.

    La scienza si è confrontata da sempre con questa domanda profonda dell’uomo.
    Sant’Agostino scriveva: “Il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te”. Blaise Pascal vedeva
    nell’agitazione continua dell’uomo un tentativo di non confrontarsi con il proprio cuore. Viktor
    Frankl, nei campi di concentramento nazisti, notando che coloro che avevano uno scopo, una famiglia amata da cui desideravano tornare, sopravvivevano con molta più facilità, concluse che l’uomo può sopportare quasi ogni sofferenza se ne comprende il significato. Mentre chi non aveva un senso per vivere veniva presto sopraffatto da un sistema disumano.
    Gli uomini di Babele sperano così di poter collaborare gli uni con gli altri per raggiungere il
    cielo. Possiamo leggerlo come un atto di superbia, di chi cerca di elevarsi da solo. Oppure come un
    tentativo di salvarsi, come che il nome, ovvero lo scopo che si sono dati, sia quello di affidare alle
    proprie mani, alla direzione che si sono scelti la propria salvezza. Lo Spirito Santo ci ricorda una
    missione che non ci diamo da soli, ci viene da Dio. Spesso basta solo riscoprirla. Forse a partire da
    quanto amore metto nella relazione col coniuge o col fratello o coi genitori.
    L’esito degli uomini di Babele è nefasto. Le lingue si dividono. Il Signore non fa niente contro
    di loro, lascia solo che giungano le conseguenze di una traiettoria che si sono scelti e che era
    cominciata con quell’allontanamento da Dio. Gli uomini non riescono più a comprendersi tra loro.
    Non significa che uno parli tedesco ed un altro cinese, significa piuttosto che avendo ognuno obiettivi distinti, che non sono Dio e il suo amore, non riescono a collaborare, non riescono a comprendersi.
    Non diciamo forse anche noi: «con quello non si può parlare», non perché non parli la nostra stessa lingua, ma perché non si riesce a dialogare. Al punto che talvolta diciamo «inutile parlar con lui o lei, parliamo lingue diverse». Certo perché magari io parlo del bisogno di accudire i genitori anziani e mio fratello pensa solo alla carriera, ai soldi, alle vacanze. Tanto per fare un esempio. Quando l’orientamento della vita è così diverso, che fatica parlare. Lo Spirito Santo unifica, perché insegna a tutti un linguaggio, quello dell’amore.
    Buona Pentecoste.