Comunicazioni

  • Confraternite, Storia e curiosità

    Come abbiamo avuto modo di presentare in altre occasioni, le Confraternite sono associazioni con una storia molto ricca, con radici che affondano molto in profondità nella Storia: le prime tracce della loro esistenza risalgono addirittura all’anno 600 d.C. (senza mille!).

    I fedeli del tempo, reduci dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.), si trovarono spaesati e senza una società forte che riuscisse a dare identità a tutti quei popoli.
    Fu la Chiesa a colmare il vuoto, connettendo il tessuto sociale grazie alla Fede e all’idea di comunità cristiana; fu così che i fedeli si associarono per creare le prime Confraternite, sulla spinta del desiderio di una Fede e di un senso di comunità vissuta concretamente.

    Nel corso dei secoli si ebbero molte espressioni di queste associazioni: potevano essere Confraternite con scopo religioso, che si dedicavano alla preghiera e al culto pubblico; oppure anche Confraternite di mestiere (le cosiddette “corporazioni” medioevali), radunando insieme gli artigiani che avevano lo stesso mestiere, i quali offrivano il proprio lavoro per costruire oggetti sacri, o proprio le chiese; oppure ancora associazioni con scopo caritativo: si dedicavano alla cura dei malati, oppure alla sepoltura dei morti, per compiere quelle Opere di Misericordia Corporale che la Chiesa ha sempre indicato come via di Salvezza della propria anima.
    Molte Confraternite, tra cui anche quella del Santissimo Sacramento, accompagnavano i condannati a morte al patibolo, garantendo loro il necessario supporto spirituale sia grazie alla presenza del Sacerdote, sia grazie alla vicinanza dei Confratelli.

    Diverse espressioni, dunque, ma tutte aventi come perno centrale il desiderio di concretizzare la Fede. Per mille anni le Confraternite hanno costituito la base della società europea, fornendo servizi fondamentali (ospedali, scuole, sepolture, …) in nome della Carità Cristiana. Circa fino al 1800 le Confraternite hanno potuto prosperare; dal XIX secolo in poi è cominciato il loro lento declino, per colpa della mentalità rivoluzionaria giacobina, accelerato grandemente dalla Grande Guerra e dalla Seconda Guerra Mondiale, eventi che hanno modificato completamente la società del XX secolo.

    Le Confraternite oggi

    Oggi il contesto storico è totalmente differente, non è più possibile alcun paragone con i tempi andati. Tuttavia, la Chiesa riconosce la grande importanza delle Confraternite e ancora oggi ci sono ambiti dove queste associazioni sono chiamate ad operare.
    Le norme ecclesiastiche che regolano le Confraternite si trovano nel Codice di Diritto Canonico, nel Titolo V, intitolato Le Associazioni dei fedeli (CIC 298-329)1, regole valide per tutte le Associazioni Cattoliche. In sequenza, si vedono poi applicati gli Statuti delle varie Diocesi, seguendo la normativa locale.
    Tuttavia, rimane chiara la missione che oggi queste Associazioni hanno: aumentare il culto pubblico, grazie alla volontà dei propri Confratelli e Consorelle, celebrando in particolare la Liturgia delle Ore; tradurre in pratica la Fede, grazie alle Opere di Misericordia; supportare l’apprendimento della Dottrina Cattolica, tramite catechesi, corsi di formazione.

    Il Priore dirige l’Associazione, ne è Legale Rappresentante sia secondo il Diritto Canonico, sia secondo il Diritto Civile. Insieme ai vari Consiglieri, nel numero stabilito dal Regolamento, formano il Consiglio Direttivo, organo che guida la vita confraternale.
    L’Assistente Ecclesiastico provvede alle Celebrazioni, alle Messe, alle Confessioni, alla Direzione Spirituale della Confraternita; per motivi storici il ruolo viene assegnato per primo al Parroco.

    Le Confraternite possono essere ancora oggi una grande risorsa per la vita della Chiesa: per più di millequattrocento anni hanno accompagnato la vita di tutti i fedeli cattolici attraverso infinite peripezie della Storia; hanno ancora le potenzialità per farlo, sebbene oggi sia molto difficile.

    Indichiamo alcuni testi di riferimento, onde poter trovare informazioni sia riguardo alla ricca storia delle Confraternite, sia riguardo alla loro gestione contemporanea, secondo quanto espresso in questo articolo:

    Preghiamo il Signore perché possa rivitalizzare la Fede attraverso questo strumento, antico, ma che fu fondamentale per molti.

    1. Facciamo notare che il CIC del 1917, oggi non più in vigore, lasciava uno spazio dedicato per le Confraternite. Lo intendiamo come un richiamo all’importanza di queste associazioni.
  • 7a Domenica di Pasqua – Anno A –– Ascensione – Mt 28,16-20 (Rito Romano)

    At 1,1-11
    Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino
    al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo.
    Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni,
    apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, «quella – disse – che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo».
    Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra». Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».


    Mt 28,16-20
    In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
    Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro:
    «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i
    popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando
    loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni,
    fino alla fine del mondo».

    Omelia
    Padre Federico Macchi, L.C.

    Oggi celebriamo l’Ascensione, ed è uno dei pochi momenti dell’anno in cui nella liturgia la
    prima lettura prende più attenzione del Vangelo.
    Il primo aspetto su cui vorrei soffermarmi, col rischio di ripetermi un po’ è l’Ascensione,
    ovvero Gesù che ritorna al Padre. Gesù completa il cammino. Colui che era disceso dal Cielo ritorna
    al Cielo. Non posso fare a meno di far notare che il cristianesimo ha una dinamica contraria a quella delle filosofie e religioni. In tutte l’uomo cerca il modo di superarsi, tirare fuori il meglio di sé, di legare a sé la divinità. Da lì deriva il termine religione, da ri-legare. Il cristianesimo no. È Dio che si abbassa, che lascia il Cielo, si fa uomo, subisce le conseguenze del peccato. E lo fa per amore
    dell’uomo, perché l’uomo non aveva la forza per quell’innalzamento. No, nel cristianesimo è Lui che viene a prenderci.
    Ed è sempre Lui che ci apre la strada al passaggio definitivo, quello della dimora con il Padre.
    Anche quella strada non potevano percorrerla gli uomini, se Cristo non l’avesse riaperta per noi. Dopo il peccato di Adamo ed Eva quella strada era rimasta chiusa. È Cristo che la riapre. È su Cristo che il Cielo è aperto, nel Battesimo, nella Trasfigurazione, e oggi finalmente ritorna da dove era uscito, dal seno del Padre. Là, dice il Vangelo secondo Giovanni è andato a preparare una dimora per tutti noi.
    E questo è consolante, ma anche un orientamento sicuro per ogni vita. Una delle domande più
    importanti è sapere dove andiamo, dove siamo diretti. Questa è la mèta per ciascuno di noi, la
    Comunione eterna col Padre, Figlio e Spirito Santo. E sapere devo siamo diretti ci permette di
    impostare il navigatore, così ci si chiariscono le strade da percorrere. Interrogarsi sulla fine non è un esercizio astratto. Non riguarda solo “quello che verrà”, ma ci aiuta a vivere bene l’oggi. Ed io potrei chiedermi: le mie decisioni hanno come meta il Cielo?
    Un secondo modo di leggere l’Ascensione è la grande, enorme fiducia che il Signore ripone
    in ciascuno di noi. Finita la sua missione inizia la nostra. Egli affida il raggiungimento di Dio e della
    verità a tutte le genti a noi. E per questa missione ci assicura la sua assistenza: «Egli è con noi fino
    alla fine del mondo». Non in senso sentimentale, che va un po’ di moda, ma per la missione.
    Il testo però ci dice che i discepoli «dubitavano». Letteralmente sarebbe «oscillavano». Non
    vuol indicare tanto una mancanza di fede, quanto piuttosto il disorientamento di chi non sa bene cosa fare con questa cosa. La Chiesa non partirà subito in quarta, occorreranno ancora dieci giorni. Sarà la discesa dello Spirito Santo il giorno di Pentecoste a trasformare questi uomini incerti, che fanno fatica a capire in delle macchine da apostolato. Nel mezzo viene un tempo di preghiera, di attesa, di una comunità coesa. Concorde o unanime dice il testo (At 1,14). È l’indicazione che il Signore ha dato loro nel giorno dell’Ascensione alla fine del Vangelo di Luca, di attendere l’arrivo dello Spirito. Questa attesa, che durerà dieci giorni, costituisce la prima novena cristiana. Anche noi possiamo chiedere allo Spirito che venga a suggerirci come usare, cosa fare con la Resurrezione che Cristo ha portato nelle nostre vite.

  • 6a Domenica di Pasqua – Anno A –– Non vi lascerò orfani – Gv 14,15-21 (Rito Romano)

    Gv 14,15-21

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

    Omelia
    Padre Federico Macchi, L.C.

    Continua il discorso di addio di Gesù, che ha un compito, rassicurare i discepoli dopo la sua partenza. Ecco allora un’altra rassicurazione: «non vi lascerò orfani». Il Padre invierà un Paraclito, cioè lo Spirito Santo, lo Spirito di Verità, che è anche lo Spirito di Cristo o l’Amore che unisce il Padre ed il Figlio. Questa parola, Paraclito, va un po’ spiegata. Para-kaléō si traduce in latino ad-vocatus. Nel primo secolo in un processo la persona doveva rispondere in prima persona. Se però aveva la possibilità economica poteva chiamare a lato un paraclito, un avvocato difensore che gli suggeriva come rispondere. Diventa ancor più suggestivo pensare che Satana significa esattamente il contrario, l’avvocato dell’accusa. Non è solo esegesi, sono indicazioni per la nostra vita. Un primo aspetto è che lo Spirito Santo consiglia, ma non sostituisce. Come buon Padre educa, ma non agisce al posto tuo. Questo perché ogni atto cristiano per essere tale deve essere libero. Lo Spirito Santo non obbliga mai, lascia sempre liberi di scegliere. Non usa il verbo dovere, ma quello potere. Inoltre, ci vuole maturi, adulti. Non ci tratta da bambini. Non agendo al posto nostro ci stimola a tirar fuori le nsotre capacità, scelte, la nostra responsabilità. Come un padre che insegna al figlio, lo educa, lo fa crescere, «insegnandogli ogni cosa» come dice un altro passo del Vangelo di Giovanni (16,34). È quindi colui che suggerisce su ogni cosa, ed essendo lo Spirito d’amore che unisce Padre e Figlio, è Colui che insegna come fare ogni cosa con amore. Anche le azioni più comuni e quotidiane: rispondere al telefono, fare la spesa, studiare, visitare qualcuno, ma con amore. Un altro aspetto intrigante è la Paternità della Santissima Trinità. Viviamo in una società che ha smarrito il ruolo paterno, quasi denigrandolo. Papa Francesco aveva coniato un termine per parlare di un’umanità in stato di «orfananza». Il mondo ci parla di una liberazione dal padre, ma questa, invece di farci bene, ha fatto mancare l’identità, il diritto di stare nel mondo, la consapevolezza del proprio statuto e missione che un padre trasmette. La psicodinamica invece di liberazione parla piuttosto di “delirio infantile di onnipotenza”. Un bambino lasciato a sé stesso non diventa migliore, anzi. Ma non finisce qui. Il mondo ci dice essenzialmente che siamo «soli», che non c’è nessuno che ci accoglie, che non c’è nessuno che ci aspetta. È lo spirito del mondo, che crea in noi un vuoto angosciante. Orfani alla nascita, come possiamo rispondere alla domanda: «da dove veniamo»? Soli alla mèta, «dove andiamo?». La risposta di Dio è che abbiamo un Padre. Un Padre che ci accoglie e sprizza di gioia al momento del Battesimo. «Questi è il figlio mio l’amato, il lui ho posto il mio compiacimento (Mt 3,17). E abbiamo un Padre che ci aspetta, presso il quale Gesù è andato a preparaci una dimora (cf. Gv 14). E questo Padre ci accompagna silenziosamente, discretamente, ma realmente in ogni passo. È lo Spirito Santo, che ha bisogno solo di esser consultato e invocato, chiamato a lato. La gioia oggi è non scoprirsi orfani e l’invito e di fare dello Spirito Santo il nostro avvocato. Non siamo orfani. Abbiamo Maria, che ci accoglie come figli ed abbiamo un Paraclito che ci insegna ad amare, a diventare adulti. Egli ci insegna a sentirci figli del Padre. Egli ha il bellissimo compito di rendere la nostra Comunione con Cristo sempre più intima e vitale. Egli ha come missione di condurci con pazienza al definitivo incontro col Padre.

    Omelia – Seconda riflessione
    Padre Federico Macchi, L.C.

    Continua il discorso di addio di Gesù, che ha un compito, rassicurare i discepoli dopo la sua partenza. Ecco allora un’altra rassicurazione: «non vi lascerò orfani». Il Padre invierà un Paraclito, cioè lo Spirito Santo, lo Spirito di Verità, che è anche lo Spirito di Cristo o l’Amore che unisce il Padre ed il Figlio. Gesù parte è vero, ma ci lascia una guida formidabile. Lo Spirito Santo è discreto e silenzioso. Infatti, è umile. Più avanti nel Vangelo si dirà che «non parla di sé». Il suo compito è quello di parlarci di Gesù, di parlarci di ciò che ha ascoltato dal Padre. Il suo compito è quello di condurci a Gesù e al Padre, non a se stesso. Egli insegna ogni cosa. Insegna a compiere ogni cosa con amore. È la sua natura. Altre volte si parla di Lui come lo Spirito d’Amore o dell’Amore che unisce Padre e Figlio. Questa è la formidabile guida che ci viene lasciata per il tempo della Chiesa, quel tempo in cui ci troviamo, dopo la Resurrezione e Ascensione di Gesù, fino al Suo ritorno. No, non siamo orfani. Gesù compie le sue promesse. Questa guida è Dio stesso, che possiamo chiamare a lato. Questo significa quello strano nome con cui lo chiama il Vangelo: Paraclito, letteralmente chiamato-a-lato. Possiamo andare nella vita da soli, a tentoni, oppure possiamo affrontare la scalata con una guida esperta che ci indica il cammino. Lo Spirito Santo è quella guida potente e discreta, che aspetta solo di essere interpellata. Non interviene se non è scomodato. Né agisce al posto nostro. Eppure possiamo veramente farne a meno? Egli è lo Spirito che abita nel cuore del Figlio, di Cristo stesso. Se la vita cristiana è un progressivo conoscere Cristo, beh, è lui il maestro di cui abbiamo bisogno. Non ci ha lasciati orfani. Lo Spirito è accessibile ma non a tutti: «il mondo non lo può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce». Se vogliamo ricevere lo Spirito Santo abbiamo bisogno di non essere secondo il mondo. Lo Spirito è incompatibile con una realtà che vive per sé stessa, per autoalimentarsi e quand’è così non si lascia afferrare. Lui non parla di sé, né conduce a sé. Non è seducente. Il mondo non lo vede proprio. Amore e visione sono due realtà collegate. Vediamo subito ciò che ci è familiare, ciò che abbiamo a cuore. Altre cose possono trovarsi sotto il naso e non le vediamo. Accade spesso di trovarci chiusi nei nostri pensieri, nelle nostre paure o interessi, e la persona accanto a noi, coi suoi bisogni, non la vediamo davvero. Diciamo espressioni come «non lo vedi proprio». Il mondo è abituato a vedere solo ciò che può controllare. Lo Spirito, invece, non impone, è sempre spirito di libertà. Lo Spirito non è mai assente, ma non si lascia ridurre a qualcosa che possiamo usare o controllare. Il mondo lo perde quando pretende di bastare a se stesso, quando misura tutto solo su ciò che serve immediatamente, su ciò che produce vantaggio o sicurezza. In quel caso, semplicemente, non lo riconosce più. In una parola, le logiche del mondo e quelle dello Spirito sono incompatibili. Le prime ci parlano a partire dalle nostre paure, ci spingono a cercare rassicurazioni. Affermano la mia persona. Dicono: «adesso ti faccio vedere io», «tu non sai chi sono io», di trovare rassicurazioni. Sono fatte di assolutizzazioni e di banalizzazioni. Lo Spirito ci parla di Cristo, della gloria che viene dalla Croce, non ama assolutizzazione e banalizzazioni, ma ama la generosità. Ama l’umiltà. E soprattutto ci toglie le nostre paure, ridandoci fiducia nella Provvidenza. Lo Spirito ha molti segni di riconoscimento. Se altrove i segni che indicano la sua presenza sono la gratitudine e l’unità, oggi il Vangelo ci ha detto che «non siamo orfani». Lo Spirito mette nel cuore la fiducia nel Padre e della certezza di non esser soli. Potremmo iniziare invocandoLo prima di iniziare un’attività. Potremmo iniziare da una Novena per chiederne la Sua venuta. In fin dei conti è proprio ciò che Gesù ha chiesto agli Apostoli il giorno dell’Ascensione (cf. Lc 24,49).